Havas Media Group Italia

Contattaci

HAVAS MEDIA GROUP ITALY
Via San Vito 7
20123 - Milano (MI)

Tel: +39 02 67443201

e-mail: info.italy@havasmg.com

SPORT NEWSROOM

Sporthub: La legenda che paga

Il mondo era ancora molto più semplice allora. Era diviso in due, “buoni” e “cattivi”. Dipendeva dal punto di vista. Le persone parlavano ancora tra di loro, non chattavano. Il volto era rivolto spesso verso l’alto a guardare il cielo o l’amico che ti parlava dalla finestra del terzo piano, non perennemente chinato verso il basso a scrutare avidamente un apparecchio telefonico. La Nazionale di calcio invece era sempre la stessa: criticata, non all’altezza, sfavorita, male assemblata. Come sempre parte la nostra squadra per gli appuntamenti che contano a giudizio dei milioni di CT che vivono nello stivale.

Ero un ragazzo quando ci furono i Mondiali spagnoli, quelli del “vecio” Bearzot, del Presidente Pertini che giocava a scopa in aereo con il Barone Causio, dell’urlo di Tardelli in finale contro gli eterni Tedeschi.

Ero un uomo fatto e compiuto quando in una strada di Toronto, Ontario, 9000 km e oltre trent’anni di distanza da quell’estate indimenticabile, mi resi conto che quelli erano stati, ed erano ancora, i Mondiali soprattutto di un ragazzo che veniva da Prato e condivideva il cognome con decine di migliaia di famiglie italiane: Paolo Rossi. La gente vicino a noi fermava per la strada il Pablito nazionale e l’affetto dei tanti connazionali canadesi era tale nei suoi confronti da travalicare nel fenomeno socio-psicologico di massa.

L’effetto dei suoi sei bellissimi gol che ci portarono sul tetto del mondo calcistico in quel mondo che non c’è più è ancora fortissimo. E Paolo Rossi, oltre ad essere oggi un volto popolare televisivo e un imprenditore di successo dell’ospitalità, continua a raccontare la sua leggenda ogni giorno in giro per il mondo.

La “leggenda” nello sport – dove lo storytelling è un elemento fondamentale non solo del fascino che accompagna le gesta dei suoi protagonisti, ma anche delle politiche di marketing che ne fanno un territorio chiave per i brand a caccia di contenuti unici – continua a pagare nel tempo, oggi più che mai, grazie anche alla proliferazione delle tecnologie di comunicazione che amplificano l’eco dei momenti di gloria.

Anzi. Per qualche ragione che richiederebbe forse qualche riga in più di analisi, gli eventi e le attività legate alle “legend” nello sport sembrano oggi sollevare quasi più interesse da parte di brand ed investitori di quanto legato all’”attualità”. Ambassador program, eventi corporate, tournée internazionali, contenuti social, video pubblicitari, attività CSR, premium experience: la vita delle leggende continua più frenetica che mai. E i ricchi ingaggi rendono gli atleti di ieri forse più ricchi di quando sudavano sui campi da gioco. I grandi brand dello sport riscoprono la loro Storia, più o meno vincente, e i fan vivono ancora una volta i ricordi di un tempo che per loro non muore mai. In un mondo, il nostro, che invecchia a vista d’occhio, anche questo è un potente strumento di marketing e di grande efficacia garantita. Si sa, il passato non torna mai (spesso, per fortuna), ma quei ragazzi ora con i capelli più brizzolati e qualche chilo in più ci aiutano ad essere sempre giovani. Anche questa è magia dello sport. Have fun!

Federico Fantini,
Head of Sports,
Havas Media

Sporthub: Il valore delle Azioni

Ci sono campagne pubblicitarie che hanno segnato un’epoca e sono rimaste nella memoria di un’intera generazione. Ci sono atleti, di ogni sport, che hanno fatto la Storia, non solo della loro disciplina, e che hanno saputo compiere gesta epiche, che li hanno resi pressoche’ immortali, andando ben oltre il confine della mera competizione sportiva.
Ci sono, infine, immagini che sono la combinazione ideale di questi due fenomeni.
I tacchi a spillo rossi ai piedi del Figlio del Vento teso nel suo incredibile corpo al momento dello scatto ai blocchi di partenza di una gara veloce sono senz’altro tra queste immagini senza tempo.
Per chi (pochi, spero) non si ricordasse, il meraviglioso atleta ritratto in quella famosissima campagna Pirelli era Carl Lewis, probabilmente il piu’ grande velocista multidisciplinare di tutti i tempi.
Il tema da cui ho tratto lo spunto oggi non e’ comunque ( ci ritorneremo, perche’ ne vale la pena) lo sport come soggetto di comunicazione pubblicitaria. L’immagine del Divino Carl sui tacchi alti offre invece il destro ad un’altra considerazione strategica in campo sport marketing: la relazione indissolubile tra Valori e Azioni.
Che lo sport sia un territorio assai fertile dove i brand attingono ai valori che esso trasmette per arrichirne la equity e avvicinarsi ai fan/clienti e’ ormai un dato di fatto incontrovertibile. Non esiste competizione con altri mondi e contenuti per questa missione e la quantita’ e qualita’ di storie da raccontare insieme allo sport e’ pressoche’ infinita.
Ma cio’ non basta e, anzi, rischia di essere addirittura controproducente se ai Valori non seguissero le Azioni che li tramutano in occasiono di engagement, conoscenza, comunicazione e promozione. Azioni misurabili nei risultati e modificabili in funzione della loro capacita’ di raggiungere obiettivi, certo di branding, ma soprattutto di business.
E’ questa in fondo la Chiave Magica per sprigionare tutto il potenziale dello sport marketing. Valori che presuppongono Azioni. E se i primi devono essere condivisi, quest’ultime non possono che essere il frutto di una partnership efficace e di un complesso lavoro di squadra tra brand e sport. Fattore questo che, spesso, non e’ proprio automatico, rischiando di far scivolare la Perfetta Macchina dello Sport su quei meravigliosi tacchi a spillo rossi. Have fun!

Federico Fantini
Head of Sports, Havas Media

Sporthub: Il Circo dello Sport

 

Si è chiuso in Russia il sipario sulla grande kermesse calcistica che ha visto i nostri vicini transalpini sul tetto del mondo. Organizzazione perfetta, grande riscontro di pubblico negli stadi (e non solo, come dicono i numeri delle audience multimediali in Italia). Il marziano CR7 è atterrato in quel di Torino scatenando un’ondata mediatica e un entusiasmo popolare che mai si era visto a queste latitudini, neanche ai tempi (ormai lontani) della Mano de Dios. Un’operazione di finanza internazionale piuttosto che di calcio-mercato, che premia la Vecchia Signora del calcio italiano e che le apre prospettive globali inimmaginabili prima dell’era Ronaldo, con impatti virtuosi sull’intero prodotto Serie A. Una mossa stra-ordinaria che allunga ancora di più il gap tra Juventus e inseguitori nazionali e pone delle questioni importanti sul futuro della competitività del nostro campionato. Il Signore di Wimbledon, Roger Federer, mostra i primi segni di stanchezza di una carriera impareggiabile e sui verdi campi del Tennis Club più famoso del pianeta si rivede il sorriso di un Nole Djokovic che invece sembrava aver ceduto il passo. Il “vecchio” Dottore delle due ruote non molla mai e anche nell’ultimo MotoGP in terra sassone dimostra di essere in grado ancora di rendere difficile la vita a quel fuoriclasse di Marquez, in un duello che pare non finire mai per la delizia dei milioni di appassionati che li seguono sui circuiti. Il cavallino rampante di Maranello domina nella classe regina delle quattro ruote e riaccende la passione dei tifosi in tutto il mondo dopo anni di sofferenze. Il circo dello sport globale non si ferma mai, neanche in sapore di ferie estive, e conferma la sua capacità di attrarre interesse, generare emozioni uniche, muovere economie sempre più rilevanti, rappresentare opportunità di connessioni vincenti tra brand, property e fan. Su questi ultimi si gioca la battaglia senza esclusione di colpi tra i brand sportivi: le politiche di espansione e crescita nell’arena dello sport business sono tutte ormai orientate alla centralità del fan-cliente, attraverso l’applicazione di tecnologie sempre più sofisticate, di contenuti sempre più disponibili, di modalità di engagement sempre più premianti. Digital transformation, virtual reality, OTT, smart venue: sono le parole che accompagnano il viaggio quotidiano dell’eccellenza nello sport. Ma, perchè c’è un ma in tutta questa entusiasmante vicenda. Ed è quello relativo invece all’altra parte della medaglia; quella dei fallimenti, delle opportunità perse, delle risorse sprecate, della mancanza di trasparenza, degli impianti fatiscenti; quella  dell’incompetenza che porta a tutto ciò. La morale è semplice: il fattore umano rende possibile la creazione di enorme valore dallo sport. La capacità dei manager, la qualità di consulenti e agenzie, la preparazione dei professionisti. Senza di queste tutto resta inerte, là sullo scaffale, a disposizione di chi però non è in grado di prenderlo. Ed è su questo elemento chiave che il nostro mercato si gioca nel prossimo futuro la possibilità di non perdere il suo posto in prima fila in questo fantastico circo. Have fun!

Federico Fantini,
Head of Sports, Havas Media

Sporthub: Quelli dei Cerchi Magici

 

Si ripresenta con regolarità periodica e correlate polemiche, ampio dibattito e, soprattutto, una serie di informazioni più vicine alla “propaganda” che all’approfondimento giornalistico.

Parliamo naturalmente della “querelle olimpica”, ovvero della ricorrente questione di una candidatura italiana ad ospitare i Giochi Olimpici in casa nostra (attenzione: i Giochi e non le Olimpiadi, che sono invece il periodo che corre tra una celebrazione e l’altra…).

È un terreno “minato” nel quale addentrarsi, ma proprio perché mi piace fare l’artificiere e comunque stiamo parlando del più grande evento sportivo planetario, forse vale la pena anche in questa sede di fare una riflessione, una specie di glossario olimpico. Almeno su alcuni punti chiave, perché è indubbio che la faccenda è seria e richiederebbe un approfondimento molto più esteso di questa rubrica.

Pluralità delle candidature nazionali. Sembra che sia una caratteristica tutta italiana, frutto della famosa politica dei cento campanili e della litigiosità tutta nazionale. E come tale viene vista da media, opinionisti autorevoli e anche da (sedicenti) addetti ai lavori. In realtà ogni Paese ha una “corsa interna”, un numero più o meno grande di potenziali candidati. Succede in Germania come negli USA; lo sport è (dovrebbe essere) democratico e ogni territorio deve poter covare il suo sogno olimpico.

Dimensione territoriale. Candidature “regionali”, “transnazionali”, “metropolitane”, “di sistema”, eccetera. Le abbiamo sentite tutte; ma la candidatura olimpica è (e resterà) di una città. È la città che guida. Come lo era Atene nel passato. Quindi, mare, montagna, lago, pianura: non è importante dove sia la venue, ma deve essere riconducibile ad una destinazione unica. Che poi i Giochi Invernali si facciano a Sochi (sulla spiaggia) o a Pechino (certo non un famoso resort sciistico) non importa. Oggi quello che conta non è la “distanza” delle venue, ma “l’accessibilità e i suoi tempi”. L’Alta Velocità porta a 350Km in un’ora; per attraversare Roma ce ne vogliono due (se bastano).

I costi dei Giochi. Organizzare l’evento sportivo più grande (e complesso) del globo è un affare. De facto non costa nulla, ma produce solo ricavi. Il CIO trasferisce montagne di danaro ai Comitati Organizzatori. E lo fa a tutti. Spacciare come una “peculiarità” di una candidatura il fatto che l’evento possa essere organizzato senza pesare sulla comunità, è al limite della fake news, quindi. È tutto il resto che può essere devastante: l’infrastrutturazione e, oggi soprattutto, la sicurezza. Le navi militari al largo di Sochi nel Mar Nero o le postazioni antimissili nascoste a Londra chi le pagava? Ed erano consuntivate nel report finale del Comitato? Ma dire che i Giochi migliori siano quelli che “costano” meno non è tecnicamente giusto: pianificare miliardi non è eresia a priori, purché i miliardi siano un investimento. E non uno spreco.

I tempi e la natura degli impianti. “Siamo i candidati migliori perché abbiamo già tutti gli impianti pronti”. Sembrerebbe essere la ricetta vincente nella tenzone olimpica. Al contrario. Paradossalmente avere oggi gli impianti di un evento che verrà organizzato tra almeno 9 anni può essere una enorme criticità. Innovazione, tecnologia, materiali, modelli di consumo, target, comunicazione: tutto cambia velocemente oggi e arrivare “dopo” aiuta. Così come “non avere gli impianti”, invece, diventa una grande opportunità per garantire sostenibilità e coerenza con i piani di sviluppo e di riqualificazione in atto, oltre a usare strutture leggere e temporanee che non vanno a pesare sulla legacy dell’evento.

Nei prossimi giorni il nostro Comitato Olimpico deciderà quale tra le candidature nazionali in corsa sarà ufficializzata al CIO per ospitare i Giochi Invernali del 2026. Ospitare la Torcia Olimpica può trasformarsi in una boccata di ossigeno per un Paese e un fenomenale volano virtuoso per brand e investitori. O in una venefica dose di doping per l’economia di una nazione. La differenza la faranno, come sempre, gli uomini e le loro competenze. Have fun!

Federico Fantini,
Head of Sports, Havas Media

Sporthub: Sotto la maglia, molto…

Polonia e Giappone non passeranno certo alla Storia come miglior gioco visto alla Coppa del Mondo di calcio che si sta celebrando (con indubbio successo) in Russia in questi giorni, ma di sicuro hanno lasciato un segno che, forse, è passato inosservato ai più, anche ai più attenti “marchettari” dello sport business.
Delle 32 squadre scese in campo nei gironi eliminatori con l’obiettivo di conquistare lo scettro mondiale del pallone, solo questi sono i team nazionali che hanno giocato esclusivamente con le maglie con i colori ufficiali della loro Nazione.
Le altre 30 compagini hanno invece spesso, se non paradossalmente sempre, giocato con seconde o terze “official jersey”, mettendo in scena un teatrino di colori a volte veramente incomprensibile. I tedeschi in blu, i brasiliani in verde, i croati in bianco, e così via secondo una virtuale palette di colori, che tutto ha tranne che rispettare quelli per cui battono i cuori dei milioni (miliardi?) di tifosi che in questi giorni sono incollati non solo alla TV, ma sempre più su app e web e a ogni possibile piattaforma.
La FIFA, che come sapete è una specie di “Spectre” del calcio planetario, ha un regolamento che si dilunga in almeno una dozzina di pagine sull’utilizzo delle maglie da gioco nelle competizioni ufficiali internazionali. In “linea di principio” le squadre dovrebbero giocare nei loro tradizionali colori (la Germania in un classico bianco, il Brasile nell’iconico giallo, la Croazia nel famoso quadrettato rosso e bianco, …) a meno di un’oggettiva difficoltà di riconoscimento tra i giocatori dovuto alla somiglianza e/o sovrapposizione dei colori. Indicazione che in alcuni eclatanti casi di Russia 2018 è stata bellamente superata e che ha portato, per assurdo, Neymar a giocare in blu (invece che naturalmente in giallo) contro una Costarica in bianco (invece che naturalmente in rosso). A meno che siate pesantemente daltonici, sono convinto che anche il più miope degli arbitri avrebbe potuto distinguere tra il giallo e il rosso!
E allora, perché’? Cosa c’è dietro questo strano miscuglio di colori “fuori linea”? E qui veniamo al business, come sempre. Adidas e Nike investono decine di milioni di Euro all’anno per sponsorizzare i kit di nazionali come – solo per citarne alcune – Francia, Brasile (Nike), Germania, Spagna, Argentina, Giappone (Adidas).
Una maglia ufficiale esce al pubblico tra i 120 Euro (le big) e i 75/80 Euro (le altre). Spingere e promuovere l’intero portafoglio di offerta è basilare. L’immagine di Neymar in blu, Modric in bianco o Messi in rosso ha il suo potentissimo effetto su un palcoscenico globale come la Coppa del Mondo.
I migliori giocatori del mondo come “manichini” quindi? Non mi scandalizzo certo a parlare del connubio tra business e sport e del fatto che brand leader nello sport siano in realtà dietro scelte “sportive” (non sarei qui a scriverne, se no), ma, certo, vedere giocare il Brasile in giallo contro l’Argentina albiceleste o una bella immacolata Germania contro un bell’azzurro Italia ha tutt’altro impatto (PS: queste ultime combinazioni sono puramente frutto della mia fantasia e non fanno riferimento a nessun torneo attualmente in atto…). Have fun!

Federico Fantini
Head of Sports, Havas Media

Federico Fantini
Head of Sports, Havas Media

Sporthub: O tutto o niente

 

Diciassette. Settantatre. Sette. E potrei continuare a dare i numeri. Non sono del Lotto, sperando di trovare la famosa cinquina d’oro, ma, rispettivamente a) il numero medio di marche di dentifricio sugli scaffali della Grande Distribuzione Organizzata; b) il numero (medio) degli spazzolini sui medesimi scaffali; c) il numero di marche automobilistiche in campagna su Mediaset con spot durante la Coppa del Mondo in gioco in questi giorni (a proposito, Coppa del Mondo e non Mondiali, come dicono e scrivono tutti. Le cose sono diverse, ma questa è un’altra storia…). Dove voglio arrivare, direte voi. Voglio arrivare a una delle grandi anomalie che distinguono ancora il mondo delle sponsorship sportive da quello dell’advertising e del marketing. Il concetto di esclusiva. Una parola fatata intorno alla quale si giocano le sorti di intere property sportive, eventi, agenzie; i destini economici di manager e intermediari. Al centro di dispute legali e giuridiche che farebbero arrossire i più grandi principi del Foro. L’oggetto del desiderio di brand e investitori e, contemporaneamente, uno degli ultimi fortini da difendere contro l’arrembaggio della sharing economy, della digitalizzazione senza frontiere, della disintermediazione dei diritti audiovisivi, della branded content generation, e via di queste alchimie marchettare.

Ve lo vedete voi uno sponsor, chessò, una banca popolare, accettare una proposta di sponsorship da un club di calcio blasonato sulla cui maglia appaia in bella evidenza il logo di un famoso Istituto di credito multinazionale? Non sia mai! Ve la immaginate una famosa marca di scarpe americane diventare Sponsor Ufficiale di quell’evento dove ai cancelli di ingresso dell’arena che lo ospita siano posizionati in mostra i prodotti di un famoso competitor germanico? Oltraggio! O che cosa direste se sul parquet calpestato dai campioni della pallacanestro, in posizione pariteticamente televisiva, fossero applicati gli adesivi dei due acerrimi avversari nel business delle telecomunicazioni? Vade retro!

Eppure, il libero mercato dei consumi non funziona più così sulla maggior parte degli altri media e canali, dove la competizione è fatta a colpi di offerte, prezzo, creatività, qualità, reputazione, vicinanza al Cliente finale. Il problema dell’esclusiva merceologica, presente in tutte le trattative nello sport marketing business, rappresenta in realtà una grande limitazione economica per lo sport. Nel suo nome imponenti risorse rimangono al largo da property e rightholder. Si dice, di contro, che essa rappresenti una delle più forti armi con cui lo sport combatte contro alternative di investimento sempre più sofisticate ed efficaci. Uno degli elementi di attrattività che ancora fanno la differenza e giustificano i valori delle partnership. Sarà; ma mi chiedo invece se non siano molte di più le cifre dei “mancati guadagni” dovuti ad essa, dovuti ad un approccio ancora un po’ vintage che non riconosce del tutto il potenziale mediatico dello sport e la capacità, oltre che dei customer, anche dei fan di costruirsi la propria decisione di acquisto in base ad un mix di valori e fattori che la marca sa e deve esprimere. Sui campi da gioco, così come in televisione; sulle tute da gara, così come sugli scaffali; nelle arene e negli stadi, così come alla radio. Sponsor come dentifrici, quindi? Non penso, che arriveremo a tanto. La passione e le emozioni dello e per lo sport e i suoi eroi sono “selettive”, per definizione. Ma qualcosa cambierà. Chi vivrà, vedrà…Have fun!

 

Federico Fantini
Head of Sports, Havas Media 

Sporthub: Scienza o Magia?

Scienza o magia?
La domanda, per altro più che legittima, rivolta dall’Amministratore Delegato tedesco di una delle più importanti multinazionali industriali del mondo, mi coglie mentre sto addentando il primo boccone di un pranzo di lavoro in centro a Milano: “Quali sono le regole d’oro delle sponsorizzazioni? Esistono particolari tecniche per acquisire e gestire con successo rapporti di sponsorship, specialmente nello sport?”.
A prima vista sembrerebbe una domanda banale, se vogliamo anche un po’ naïf ma con il classico senno di poi, la cosa ha continuato a frullarmi nel cervello anche dopo la fine del business lunch (a proposito, la mia risposta al top manager non è stata così articolata come quella che darò a voi).
Ecco che, quindi, provo a usare la nostra rubrica per varare una sorta di “bigino” delle sponsorizzazioni, una specie di summa delle lezioni che l’esperienza mi ha insegnato essere rilevanti ai fini di una sponsorship sportiva di successo.

1. Esiste in primis una disciplina vera e propria, con regole proprie e specificità, che si chiama “sponsorship marketing” e i guru dei reparti marketing delle aziende dovrebbero capirlo, prima o poi.
2. Vale la pena di seguire la c.d. “strategia della tripla E”: Enrich, Extend, Enhance. Arricchire il valore della marca, Estendere l’esperienza della marca, Potenziare i benefit della marca.
3. Trattare partnership non è come trattare air-time. Le capacità negoziali servono, eccome.
4. La coerenza strategica, il “fit” tra i partner è molto importante. Bisogna stare attenti nella selezione dei propri.
5. L’execution è una fase vitale. Bisogna allocare più budget da quelle parti.
6. Le idee contano molto. E spesso fanno la differenza vincente.
7. L’impatto è quello di cui parliamo qui, non l’output. La crescita delle vendite è importante, ma non può essere l’unica motivazione.
8. Misurare, misurare, misurare! Partire senza aver fissato obiettivi è come viaggiare a fari spenti nella notte.
9. Dedicare risorse alla strategia e alla ricerca nella struttura è un investimento che paga.
10. “Andare da soli” è possibile. E a volte può essere ancora più conveniente di una partnership sbagliata.
11. Le sponsorizzazioni, in conclusione, sono come la pubblicità: servono a vendere, a posizionare il brand e fare in modo che la gente compri delle cose.

Undici lezioni (dieci mi sembrava un po’ deja vu…) che sono sicuro possono aiutare chiunque, che sia uno sponsor o uno sponsee, per ottimizzare investimenti e indirizzare al meglio la propria strategia di comunicazione, auspicando che le decisioni siano sempre più “scientifiche” e sempre meno frutto di oscure “alchimie magiche”. Have fun!

Federico Fantini
Head of Sports, Havas Media

Sporthub: È autunno a Losanna

Neanche Sion. E non siamo in vena di citazioni Bibliche, ma stiamo parlando della ridente capitale del Vallese svizzero. Anche qui, domenica scorsa si è abbattuta la dura lex del referendum olimpico, ovvero la consultazione pubblica che chiama i cittadini dei territori in odore di candidatura ad ospitare il più grande evento sportivo del pianeta a esprimersi sul livello di gradimento dell’iniziativa. Gradimento che, anche qui, non è stato granché e ha costretto le autorità (e il Comitato Olimpico Elvetico) a fare marcia indietro.
Si diceva “dura” non a caso. Da quando gli abitanti di Oslo votarono no ai Giochi nel lontano 2013, nessun referendum seguito ha avuto successo e le candidature, non solo europee, sono cadute come le foglie in autunno.
In ottobre era stata Innsbruck a vedere chiudere il sipario sulle ambizioni per gli Invernali del 2026 e Calgary affronterà i propri residenti più avanti nell’anno; e gli exit poll non dicono bene.
Il tema della distanza tra gli obiettivi degli enti proponenti (Comitati Olimpici, governi locali, consorzi imprenditoriali) e la percezione di chi vive nei luoghi che dovrebbero ospitare la kermesse olimpica, sta diventando sempre più critico. Il rischio (e a Losanna lo sanno bene) è che non ci siano tra poco più città in grado di organizzare l’evento, a parte in quei posti (ancora molti) del mondo dove il parere dei cittadini non è oggetto di dibattito (e infatti basta vedere la lista delle venue candidate per farsi una mappa della “democrazia olimpica”). Oppure in quei posti (pochi) dove lo strumento della consultazione popolare non sembra essere in agenda. Tipo il nostro. L’Italia, infatti, è in lizza con tre potenziali candidature (Milano, Torino, Cortina) per il 2026, a vent’anni (appena) da Torino 2006. Si deciderà nell’autunno 2019 a Buenos Aires, manca ancora tempo. Ma è un dato di fatto che la decisione su eventi (sportivi) a grande impatto sul territorio (e sui budget pubblici e privati), nel nostro Paese, continua a rimanere affare di pochi.
Meglio così? Non c’è la risposta giusta. Nessuno penso la possa avere. In realtà, la discussione se i Giochi Olimpici siano una calamità da evitare come la peste o una delle più grandi opportunità di crescita e rilancio, ha consumato milioni di litri di inchiostro e occupato interi scaffali di biblioteche. Come tutte le cose, anche per un evento di tale complessità valgono le regole del buon senso: in linea teorica l’evento potrebbe essere sostenibile e profittevole, se gestito efficientemente, come dimostrano le best practice del passato. La malversazione, l’impreparazione, la disinformazione, l’incompetenza sono, al contrario, i consueti avversari che portano al pessimismo e che hanno prodotto casi da dimenticare, che ancora oggi pesano sulle casse pubbliche (noi) e sui paesaggi devastati dalle tante “cattedrali nel deserto”.
Che fare, quindi? Ritirarsi serenamente dall’agone diplomatico-sportivo dei Grandi Eventi, o perseverare nella ricerca della Grande Occasione? Il tema è complesso e delicato e non si esaurisce qui. Tuttavia, ma lo dico sottovoce e tra di noi, personalmente sono per il Fare piuttosto che per il Non Fare. Non provarci neanche non permetterà mai di averla quella risposta e alimenterà comunque la voce dei NO a tutti i costi. E finirà, soprattutto, che per andare a vedere la Fiamma Olimpica bruciare nel Sacro Braciere si dovrà chiedere sempre “il visto”. E la cosa non mi piace per nulla. Have fun!

Federico Fantini
Head of Sports, Havas Media

Sporthub: La gara più importante

 

La gara più importante

Non so se Madame Rothan avesse esercitato influenza sul suo orientamento, ma resta il fatto che la signora DeCoubertin non dovette preoccuparsi molto delle frequentazioni sportive femminili del famoso Barone olimpico.
Di fatto non esistevano. Il fondatore dei Giochi moderni, infatti, fece di tutto per ostacolare la partecipazione delle donne alle gare a Cinque Cerchi nella fase iniziale del Movimento.
Se nel 1900, nei secondi Giochi dell’Era Moderna, erano meno del 1%, nel 1924, tornati di nuovo a Parigi, gli atleti del gentil sesso non raggiungevano il 5%. Un segno certo dei tempi, in cui le suffragette venivano gettate in galera per la rivoluzionaria e sconvolgente richiesta del suffragio universale. La donna sportiva era vista dai più come una sorta di devianza sociale.
A quasi 100 anni da quella data, a 10mila chilometri di distanza, quest’inverno nei Giochi coreani abbiamo assistito al trionfo delle medaglie rosa in casa nostra. Una sorta di “pink power” che dimostra che qualcosa, molto, è cambiato dall’olimpismo decoubertiano.
Ma la strada è ancora lunga e la parità di genere sui campi di gioco nel mondo un percorso tortuoso.
Una parità che non si misura solo nella mille diversità esistenti nell’accesso stesso allo sport di base tra uomo e donna, ma soprattutto quando si parla di business dello sport.
Dagli stipendi ai premi, dal prezzo dei diritti televisivi degli eventi femminili agli sponsor, dalle audience dichiarate, ai costi dei biglietti alla presenza stessa delle donne nei posti chiave del management dello sport (quante donne ai vertici delle Federazioni Italiane? A quando la prima donna Presidente del CONI?).
Ancora più interessante è il cambiamento del consumo di sport che è in corso nei Paesi più avanzati. Sempre più donne entrano nelle audience dello sport, sempre più seguono eventi ad appannaggio fino a poco fa di un pubblico esclusivamente maschile (100 milioni nel calcio negli ultimi 5 anni). Un bel problema (ma anche una grande opportunità: solo il 15% dei R.A è uomo…) per sponsor e brand che si trovano ad affrontare modalità di linguaggio nuove per comunicare con questo importante segmento o, ormai, a declinare offerte e prodotti dedicati al lato femminile del mercato sportivo.
D’altro canto, lo sport al femminile diventa sempre più un contenuto attrattivo per il pubblico maschile. Le imprese rosa nei templi del tennis, sulle piste delle Alpi o nei palazzetti e piscine di mezzo mondo sono oggetto di discussione ormai allo stesso livello di quelle dei colleghi maschi.
Non passerà molto tempo e, anche santuari inaccessibili come calcio e motori, verranno violati dall’onda rosa.
Marchi e strateghi di marketing dovranno quindi rivedere piani e modalità con cui affrontare lo sport, mentre molto ancora deve essere fatto per garantire l’accesso allo sport per miliardi di donne nel mondo, in particolare in alcuni Paesi dominati da culture “complicate” sulla questione femminile in genere; ma la breccia è ormai aperta e le dinamiche saranno molto più veloci in futuro.
Mi piace pensare che oltre 100 anni fa, fu forse proprio Madame Rothan a suggerire sommessamente al baffuto e austero Barone di schiudere uno spiraglio per le ragazze e permettere comunque quel (oggi) misero 5% di partecipazione. Le marce delle emancipazioni sono lunghe, ma da qualche parte bisogna pur partire per arrivare al traguardo più importante. Have fun!
Federico Fantini
Head of Sports, Havas Media

Sporthub: La sostenibile leggerezza dell’essere (Tifoso)

E adesso siamo fuori. Nel senso che se giro la seconda pagina (in ognuna ce ne sono 10), poi non c’è più nulla. Una volta non dovevo girare nemmeno la prima, di pagina. Eravamo lì, nei primi posti.

Sto parlando dell’analisi KPMG 2018 sul brand value dei principali club professionisti di calcio. E, nella fattispecie, del (mio) ACMilan.

Il valore del brand che viene stimato dall’autorevole casa di consulenza internazionale è diverso da quello del mero fatturato, oggetto di altri ranking, che ormai sembrano essere più importanti della classifica del campionato a fine stagione. È la somma ponderata e integrata tra una serie di indicatori, non solo economico-finanziari, che determinano quanto vale la marca in soldoni.

L’italico football ha perso nel tempo posizioni di leadership in questa lista speciale, che più di altre spiega in effetti il successo sul campo delle squadre che stanno dietro ai colori (le prime 10 cubano il 67% del valore di tutta la classifica…). Oggi solo la Juve appare nella top ten, dominata dalle portaerei spagnole (e/o catalane) e britanniche. Sale bene il Napoli del funambolico DeLaurentis, ancora però lontano dalle posizioni che contano veramente.
Il brand value nel calcio è un numero che dice e muove tante cose: il potere contrattuale sul mercato finanziario (vedi cd “fairplay”), il prestigio che attrae i player migliori, la capacità di offrire palcoscenici importanti e globali agli sponsor, le venue più funzionali per i servizi più innovativi, la migliore conoscenza dei propri fan.

Last, but not least, la garanzia di affidabilità, coerenza, continuità e, infine, probabile successo negli stadi di mezzo mondo. Una garanzia soprattutto per i fan, che se non potranno mai vivere sonni tranquilli per definizione fino a quando assumiamo che la palla è rotonda e può rotolare nella propria porta prima o poi, potranno però contare di non vedere sparire la propria squadra del cuore da una stagione all’altra o vederla sprofondare verso l’inferno delle serie cadette o venire estromessa dai circuiti internazionali che contano.
Purtroppo questo e’ un incubo che inizia ad animare molti appassionati italiani, frutto di gestioni sbagliate, errori strategici, visioni miopi, ritardi strutturali, mancanza di competenze. I ranking internazionali sono sempre meno tricolori, mentre il pallone celebra i suoi fasti quadriennali tra poco in Russia senza il colore azzurro. Una situazione pesante, che ci fa invidiare quella leggerezza che rende invece tranquilli i sonni dei nostri (simpatici) avversari d’oltralpe. Have fun!

Federico Fantini
Head of Sports, Havas Media

Sporthub: Il Ciclista ed il Sacrestano

Lo schianto fu terribile. In mezzo alla nebbia causata dalle nuvole basse e sotto una pioggia battente, il taciturno sacrestano della Basilica di Superga non riusciva bene a capire cosa fosse successo e cosa fossero quei frammenti di metallo dappertutto e i bagliori dei fuochi che rendevano la scena ancora più spettrale.
Da un punto non identificato giungevano lamenti e urla: persone in agonia che chiedevano aiuto. Il custode si fece coraggio e avanzò nella nebbia e, dopo pochi passi, si trovò quasi inavvertitamente ad inciampare in un corpo. Un corpo di un uomo. Che ancora respirava affannosamente. Si inginocchiò su di lui e Valentino Mazzola, con un ultimo sforzo e un filo di voce, gli disse qualcosa nell’orecchio, per poi passare a migliore vita.
La zona diventò ben presto un via vai di gente, soccorsi, sirene, ambulanze, grida e nessuno si accorse di quella sagoma leggermente ingobbita che, con un rozzo fagotto, si allontanava dalla collina per intraprendere il più lungo viaggio della sua vita, dopo un’intera esistenza vissuta in quel convento al servizio dei Padri dell’Ordine dei Servi di Maria.
Per due giorni il sacrestano, in silenzio, viaggiò verso oriente e, in un’Italia ancora occupata dalle macerie della Guerra finita da poco, arrivò sulle rive del fiume sacro alla Patria, a Bassano.
Per un uomo timorato di Dio e schivo come lui, non fu facile farsi largo tra la folla che assiepava l’albergo nel centro della cittadina e riuscire addirittura ad arrivare fino di fronte alla camera di albergo di un certo Fausto Coppi, di cui lui, in realtà, non aveva mai sentito nominare.
Bussò e un tizio robusto in canottiera con le mani piene di olio aprì imprecando. Fausto Coppi era sdraiato sul letto e lo guardò sorpreso. Gli occhi profondi e tristi dell’uomo venuto dalla collina di Superga incrociarono quelli vispi e sempre in movimento del grande atleta. “Le porto un messaggio da Mazzola” e per la prima volta aprì la bocca. Coppi chiese al suo massaggiatore di lasciarli soli, improvvisamente sentendo dentro di sé qualcosa di straordinario intorno a quel bizzarro personaggio in piedi di fronte a lui, immobile. Rimasero soli.
Il giorno dopo, al Giro d’Italia, Fausto Coppi arrivò a Bolzano da solo con quasi 7 minuti di vantaggio e iniziò quella che sarebbe stata una corsa inarrestabile che lo portò a vincere tutto quello che c’era da vincere e a risultare imbattibile. La leggenda vuole che il Capitano del Grande Torino, che tutto vinceva, trasmise a Coppi la formula antica dell’Invincibilità, passandone il segreto all’orecchio del sacrestano della Basilica.
Non so se è vero, ma questo è anche lo sport e mi piaceva raccontarvela. Storie, leggende, personaggi, epopee, umanità. Non è solo business, lo sport: è vero. Ed è per questo che è (ancora) un mondo straordinario. Have fun!

Federico Fantini
Head of Sports, Havas Media

Sporthub: Il Senso dei Tempi

Il 18 novembre 1846, quando Jules Verne era ancora solo un irrequieto studente liceale e i primi treni sbuffavano all’incredibile velocità di 20km/ora, nasce l’anestesia, a Boston, in una America in piena conquista del West. Trentatré giorni dopo, nel regno di Sua Maestà, veniva utilizzata in un intervento chirurgico. Il 2 febbraio dell’anno successivo il primo paziente italiano non doveva soffrire le pene dell’inferno in un’operazione a Milano. In soli sessanta giorni una rivoluzionaria pratica chirurgica aveva cambiato per sempre la medicina occidentale: una lettera, a quei tempi, raggiungeva il destinatario in poco meno.
In uno scenario tecnologicamente di poco mutato, il 16 marzo 1867 a Glasgow, viene applicata per la prima volta l’antisepsi, tecnica che tanti milioni di vite umane salverà nella sua storia applicata. È, tuttavia, solo nel 1896, ovvero la bellezza di 30 anni dopo, che la pratica di sterilizzazione di strumenti e ambienti inizierà a diffondersi nel Vecchio e nel Nuovo Continente.
Tranquilli: non ho intenzione di avviarmi ad una (improbabile) carriera sulle orme di Ippocrate, ma di portare il discorso sull’importanza dei “tempi” dei risultati nella diffusione e penetrazione di ogni processo umano, ivi compreso quello della comunicazione: percezione del risultato istantaneo uguale successo.
Lo sport, si sa, è dominato dallo strumento della sponsorship, regina di fatto nel marketing mix del settore; e qui veniamo al punto del suo ruolo nell’ambito del più ampio media mix a disposizione dei brand per raggiungere e ingaggiare i propri clienti. In un mercato sempre più accelerato, dove la performance di aziende (e manager) viene valutata sul trimestre, i tempi del payback sono determinanti. E la sponsorship sportiva non appare senz’altro lo Speedy Gonzales della comunicazione. Molto meglio concentrare i propri investimenti nella consolidata tv o usare un bel po’ di spot nella cara radio o al massimo inondare il web di banner e affini sempre più sofisticati (e talvolta invasivi). Sposare un progetto nello sport richiede più tempo, impegno, passione, creatività nell’attivazione; in un’ultima analisi, visione. Tutti ingredienti che non si comprano facilmente sugli scaffali del management ordinario. Con cui, però, si costruisce il valore del brand, la sua capacità di essere rilevante rispetto alla concorrenza agli occhi di consumatori sempre più distratti e disincantati, il consolidamento di una relazione fiduciaria fatta di passioni condivise con loro.
La sterilizzazione nelle sale operatorie arrivò più tardi, perché il suo impatto fu più difficile da comprendere rispetto all’anestesia. Investire nello sport può apparire meno efficace rispetto all’immediatezza (percepita) di altri mezzi, ma di sicuro il risultato, nel tempo, è un consumatore meno…anestetizzato.
Have fun!

Federico Fantini
Head of Sports, Havas Media

Sporthub: Tutti per uno… Uno per se stesso

Lo sport, sia quello professionistico di più alta eccellenza, sia quello di base, praticato da centinaia di milioni di persone nel mondo, è costantemente affamato. Di soldi. Senza euro, dollari o yen non è possibile praticare sport. Non è possibile progettare, costruire e gestire impianti dove fare sport, che siano stadi e arene iconici o semplici campetti da basket tra i grattacieli di una città o la piccola palestra in mezzo alle campagne. Non è possibile organizzare eventi, campionati, coppe del mondo, maratone o discese libere, Olimpiadi o tornei tra scapoli e ammogliati, raduni giovanili o granfondo dolomitiche, corse in moto o rally nei deserti. Semplicemente non esisterebbero e quindi non esisterebbero le trasmissioni che li fanno vedere in tv o sul web, i giornalisti che ne scrivono o li commentano, gli allenatori, gli atleti, le Federazioni, le Leghe, i Comitati, gli Enti, le Associazioni dilettantistiche, gli sci club, etc etc.
Nulla di tutto ciò, nulla di questo meraviglioso mondo dalle mille sfaccettature, dai mille effetti, dai mille risvolti potrebbe esistere.
Gli Stati spesso hanno altro a cui pensare e anche là dove sono più illuminati, le risorse a disposizione sono sempre scarse e, comunque, c’è sempre qualcosa che ha un’urgenza maggiore nella scala dell’interesse (a volte presunto) pubblico.
Per decenni mecenati, ricchi appassionati, bizzarri tycoon, miliardari annoiati e alla ricerca di notorietà o solamente cittadini più socialmente responsabili di altri, hanno consentito che lo sport potesse avere una sua “modernità”, dopo che per secoli, dall’Antichità, era rimasto sepolto nei libri di cronache storiografiche. La Fame e la Guerra avevano preso il sopravvento e non c’era spazio per lo Sport. Con il consumismo è nato quindi lo “sport marketing”, che si è sviluppato piano piano, soprattutto nel nostro Paese. In estrema sintesi, “pubblicità attraverso lo sport”, a tutti i livelli: dalla maglia del grande club di calcio campione del mondo allo striscione di plastica appeso storto sulla rete di un campetto di periferia.
Poi, Internet, i social media, gli smartphone, i big data, le tecnologie, i software, gli OTT: tutto è cambiato di nuovo e lo sport è diventato “business”. Ma il business, si sa, si fa in due. Non da soli. E i brand, gli investitori nello sport, hanno iniziato a chiedere di condividere una fetta della torta, in alcuni casi molto, molto ricca e gustosa. E veniamo quindi, al problema (perché nel nostro mondo c’è sempre alla fine un problema): il mondo dello sport, invece, ci ha messo, e continua a metterci, molto, troppo tempo a capire che deve cambiare la testa e consentire ai brand, agli sponsor di mangiare una fetta della torta.
Le organizzazioni sportive, di tutti i livelli e composizioni, hanno un vantaggio competitivo straordinario, che non riescono spesso neanche a percepire: sono degli impareggiabili “gruppi di acquisto virtuali” che accomunano centinaia, migliaia, tantissimi “consumatori”: i loro fan. Se ne avessero finalmente la consapevolezza, la visione, la strategia e gli strumenti (che la tecnologia mette oggi a disposizione) la fame di soldi verrebbe saziata, laddove la miopia di oggi la fa diffondere. L’operazione, magari accompagnata da i consigli esperti di chi ha le giuste competenze per introdurre il cambiamento, sarebbe veramente win-win, il business ne avrebbe un vantaggio, inclusi in primis i consumatori/appassionati. E la catastrofica minaccia per il nostro sistema si allontanerebbe definitivamente, consentendo a tutti di sedersi al tavolo e mangiare serenamente quella buona fetta di torta. Have fun!

Federico Fantini
Head of Sports, Havas Media

Sporthub: Il Valore delle Parole

La faccia di quel brillante art director turco che aveva viaggiato da Amsterdam fino alla bellissima città turrita di Marostica non riesco ancora a dimenticarla.
E, vi assicuro, il suo stupore non derivava dalla vista della “partita a scacchi vivente” per cui quella piazza in cui sedevamo era famosa nel mondo.
Mi occupavo allora di comunicazione per un brand di grande tradizione sportiva, leader nel suo settore, e il mio interlocutore lavorava in una delle agenzie creative più smart che avessi (e che ho ancora oggi) incontrato. In poco meno di una settimana, sulla base di un paio di incontri di brief, questi ragazzi erano riusciti a presentarci una piattaforma di rebranding a tutto tondo, non solo altamente innovativa, ma anche articolata in tutte le declinazioni che ci servivano. Era proprio ciò di cui avevamo bisogno. In effetti, anche il Presidente condivideva la mia convinzione; ma, per una serie di ragioni di quelle che capiscono solo i Presidenti, decise che non se poteva fare nulla.

Il lavoro, tuttavia era stato fatto, eccome. Concept, mission statement, bozzetti, analisi, mockup, rendering: tutto l’armamentario era stato elaborato e prodotto. Come avevamo chiesto noi. E in tempi inaspettatamente bruciatissimi. Andava, giustamente, remunerato, ancorchè l’incarico non era andato a buon fine.
I ragazzi di Amsterdam chiesero una cifra. L’azienda ritenne di doverne pagare al massimo un quinto. E qui torniamo alla faccia del giovane art director a Marostica.

“Mi stai dando del ladro?”, mi disse cambiando espressione in volto. Rimasi colpito e abbozzai una risposta simpatica. “Se abbiamo chiesto questa cifra è perché riteniamo legittimamente questo il valore del nostro lavoro. La tua offerta ci dice che pensi che ti stiamo truffando”.

Finì che ci trovammo a metà strada, all’italiana, tipo bazaar; ma perdemmo la fiducia in un consulente di grande livello e serietà. L’episodio, di per sé magari non significativo nelle quotidiane trattative cliente-fornitore che siamo abituati a fare, fu per me invece illuminante e mi aprì la mente sul senso delle parole tra professionisti. Troppe volte, e specialmente in questo nostro comparto, le parole non assumono nessun significato e siamo portati a minimizzare, a volte screditare, il valore del lavoro. Pensando, invece, di aver ottenuto un risultato frutto della nostra capacità di scaltri ed esperti negoziatori. Succede in particolare a queste latitudini: chi lavora nel mondo sa che laddove si dice 100, il prezzo è 100 perché quello è l’intrinseco “value for money”. Si chiama “etica del lavoro” e sempre più spesso appare essere una barca abbandonata alla deriva nell’oceano delle parole che consumiamo tutti i giorni, senza accorgerci del valore profondo che esse dovrebbero avere. Noi invece riteniamo che girare per il mercato oggi con quella barca rappresenta il vero punto di vantaggio competitivo, la differenza tra un’agenzia ed un’altra; tra un’offerta commerciale ed un’altra. Quella faccia a Marostica la ricordo e, suggerisco ai lettori, sarebbe meglio non vederne più di simili in giro: farebbe bene a tutti noi.

Have fun!

Federico Fantini
Head of Sports, Havas Media

Sporthub: Lo strano caso del Dr Roi

Secondo alcune dichiarazioni di autorevoli esponenti del mondo del business della comunicazione, in particolare di quella sportiva, sembra che le tracce del Dr. Roi si siano perse. Molti imprenditori, in realtà, si esprimono addirittura come se non lo avessero mai conosciuto o incrociato nel corso delle loro attività professionali, anche se tutti non hanno mai potuto fare a meno dei suoi servizi.

Il nostro personaggio è un tipo piuttosto metodico e molto legato ai numeri: incarna l’equazione secondo la quale se si vuole ottenere un Risultato, soprattutto economico, sia necessario, anzi imprescindibile, operare un Investimento di qualsivoglia entità, possibilmente proporzionata ai risultati attesi, non esclusivamente di tipo finanziario.

Questa formula, apparentemente banale e scontata, viene al contrario smentita quotidianamente nelle conversazioni di business che affrontiamo nel corso del nostro lavoro. Spesso, infatti, ci troviamo di fronte a progetti, proposte, richieste, offerte che mettono sempre al primo posto la Erre, ma che tralasciano la vocale I, che troppe volte viene confusa banalmente con un’altra parola chiave del nostro vocabolario: Costi.

Al di là di quello che recitano i manuali di economia e finanza, tra costo e investimento c’è di mezzo una visione del mondo diversa. La prima è legata al breve termine, al movimento speculativo, alla mancanza di strategia, al ritorno puramente economico; la seconda punta al futuro, alla crescita sostenibile, alla creazione di valore nel tempo, al rafforzamento di relazioni strategiche con gli stakeholder.

Nel nostro mondo della comunicazione di cui lo sport business fa parte/gioca un ruolo importante, capita infatti che i temi dell’investimento rimangano parole vuote. Eppure nello sport “vero” – quello sudato, giocato, praticato, allenato con sacrificio, impegno, determinazione e volontà – senza “investimento” non si arriva al risultato. Senza visione del futuro, senza programmazione, senza quella giusta dose di rischio che richiedono tutte le “imprese” non si arriva al traguardo; o comunque non si arriva di certo sul podio.
E’ un questione culturale italiana? E’ una questione di preparazione professionale? E’ una questione di sistema? Probabilmente un mix di tutto ciò, che crea le condizioni per le quali sia brand che rightholder, quando si parla di investimenti di marketing e comunicazione nello sport, tendono a dimenticarsi della famosa equazione. Il Dr. Roi nel frattempo si è messo le scarpette da corsa e, con un senso di malcelata delusione, si è unito a quelli che, loro sì, di Investimenti e di Ritorni ne sanno veramente qualcosa.

Have fun!

Federico Fantini
Head of Sports, Havas Media

Sporthub: Campo ai Manager 

Nel 2005, tredici anni fa, ebbi la fortuna di essere tra i protagonisti del lancio di un Master universitario in sport management. In quell’anno, i programmi di formazione avanzata dedicati al business nello sport erano, a diverso titolo, meno di una cinquantina. In Europa.
L’ultima edizione del global ranking dell’autorevole magazine Sport Business International dedicata ai Master nello sport ha raccolto oltre 650 application. Di cui circa 500 dal Vecchio Continente. Dieci volte tanto di quando noi eravamo ardimentosamente partiti, ai tempi ancora in cui – sembra un secolo fa – il problema principale di Mr. Zuckerberg era passare il prossimo esame a Harvard e non rispondere ad una commissione del Congresso USA del più grande furto di dati privati della Storia.
Lo sport business ha fatto passi da gigante negli ultimi 15 anni ed è diventato spesso la vera frontiera avanzata per una serie di applicazioni tecnologiche (pensate ai nuovi materiali ad alta performance o ai sistemi di interazione commerciale con la fanbase), di processi organizzativi (alcune dei Best Place to Work oggi sono brand dello sport) e sviluppi infrastrutturali (le smart & iconic venue che ospitano eventi sportivi sono di fatto oggi ciò che i grandi templi e le cattedrali gotiche erano nel passato). Insomma, un fenomeno economico di primo livello dotato di tassi di innovazione tra i più alti del mercato.
In quest’ottica si è mosso, di conserva, il mercato del lavoro nello sport e la sua graduale e progressiva professionalizzazione. I talenti delle migliori università anglosassoni al di là dei due oceani oggi ambiscono a lavorare nel Manchester United o ai Boston Celtics piuttosto che alla P&G o alla Toyota. UEFA, FIFA, NHL, IOC (giusto per citarne solo alcuni) sono sigle tra le più esigenti in fatto di recruitment.
Come in altre dinamiche, anche quella della maggiore managerialità nello sport business si è mossa lentamente lungo lo Stivale. Molto lentamente. Il riconoscimento del merito, dei titoli di studio specialistici, dell’esperienza internazionale, della multidisciplinarietà è ancora una merce rara nei principali Club di calcio così come negli organismi Federali sportivi o nelle Società di gestione. Tanto per parlare chiaro, tentativi fatti da parte di prestigiose case di consulenza e job recruitment di aprire e operare in Italia in questo settore sono andati sistematicamente falliti per mancanza di domanda. All’estero anche il Presidente del Comitato Olimpico Nazionale è oggetto di una search fatta da head hunter.
I risultati di questa lentezza sono sotto gli occhi di tutti, anche se non esperti; ma le cose si stanno muovendo anche qui. I giovani manager prodotti dalla proliferazione dei Master (spesso purtroppo non proprio tutti di qualità acclarata) iniziano a popolare gli uffici delle Società sportive, delle agenzie media, delle Istituzioni, che regolano questo grande settore della nostra economia. E in fondo al tunnel appare oggi una luce sempre più limpida.
Have fun!

 

Federico Fantini
Head of Sports, Havas Media

Sporthub: Un dollaro d’onore

Tim TurnbalI e Steve Smith non sono nomi particolarmente conosciuti nel nostro Paese; ma nel loro, a 20mila chilometri da noi, sono molto famosi. Il primo è il premier australiano in carica, il secondo è il capitano della Nazionale di cricket, una specie di semidio in patria. Anzi, “era” il capitano, fino a poche settimane fa.
Durante un test match con il Sudafrica, altra potenza del gioco più amato nel Commonwealth britannico, Smith, insieme ad un altro paio di compagni, si sono resi protagonisti di uno scandalo senza precedenti: il “ball tempering”, ovvero una pratica scorretta che altera le condizioni della palla da gioco. Il problema è che lo hanno visto tutti in televisione. Ed è scoppiato il caos, in una nazione dove il cricket non è uno sport, ma una liturgia religiosa. Tim Turnball è dovuto intervenire pubblicamente in Parlamento per ribadire l’integrità dello sport, e per interpretare lo sdegno di un popolo intero.
E qui inizia la nostra storia. Un nugolo di sponsor, a partire da Magellan, un colosso finanziario globale, main sponsor della Nazionale, che ha terminato in anticipo il contratto di sponsorship. Altri hanno chiesto di ridefinire le condizioni, alcuni stanno pensando di lasciare il team. La perdita economica per il Cricket Board australiano, che fattura oltre 850milioni di dollari all’anno, sarà rilevante. Maggiore quella di reputazione.
Essere sponsor nello sport di questi giorni è un lavoro che può essere pericoloso. Il ritorno per il brand in termini di immagine e visibilità, non esaurisce per nulla i motivi di una partnership strategica con una property. Si parla di “mutuazione di valori”, di “arricchimento di brand equity”, di “reputazione e credibilità”, di “trasparenza, integrità, fairplay, responsabilità e lavoro di squadra”. Lo sport, quello pulito, è in grado di trasferire queste qualità al partner investitore; e queste sono le caratteristiche uniche che fanno delle sponsorship nello sport un mezzo efficace per differenziare la marca, dotarla di quel “di più” che permetterà al prodotto/servizio non solo di trovare più spazio nel mercato, ma anche di connotare positivamente il consumatore stesso nel momento dell’acquisto.
Casi come quello australiano, purtroppo simili a molti altri che in passato hanno riempito le cronache non solo sportive, fanno male ai brand. E possono essere fatali allo sport, che dai brand e dai loro investimenti prende l’ossigeno che serve per continuare ad essere il fenomeno sano, pulito, educativo, sociale che in realtà è, e che accomuna e appassiona miliardi di persone nel mondo. Nonostante e più forte dei vari Mister Smith che si aggirano per arene, stadi e circuiti del Pianeta. Have fun!

 

Federico Fantini
Head of Sports, Havas Media

Sporthub: Nel nome del Brand 

Le parole del Presidente e Padrone della società di calcio professionistica non sembrano essere diverse dal solito: “Chiediamo un intervento dell’Amministrazione Pubblica e facciamo appello a tutte le risorse del territorio. Purtroppo, non esistono altrimenti le condizioni economiche per continuare a sostenere con mezzi propri la squadra e, soprattutto, il progetto del nuovo stadio”.
Di quest’ultimo, in particolare, un bellissimo modellino con tanto di renderizzazione video era stato svelato un paio di mesi prima in una conferenza stampa alla presenza del Sindaco, delle Autorità e del Capitano della squadra, che aveva dichiarato di come gli sarebbe piaciuto giocare nel nuovo stadio davanti al suo pubblico la prossima stagione.
Di questi casi, in Italia, ne abbiamo visti a decine. La risposta, quasi sempre è la stessa: non ci sono i soldi, non si fanno le strutture nuove.
Le cose, viste in un altro modo, non stanno proprio così. I soldi ci sono, per i progetti validi e sostenibili; e sono quelli dei brand, sono quelli delle aziende, degli investitori, dei budget di marketing e comunicazione.
Ancora una volta, il connubio virtuoso tra business e sport è in grado di dare vita a grandi progetti di impatto sociale e, in questo caso, anche urbanistico e architettonico.
I “naming right”, i diritti di denominazione di un impianto multifunzionale a vocazione sportiva sono la “pietra filosofale” della riqualificazione delle infrastrutture italiane. Il caso Juventus dovrebbe aver fatto scuola: con la vendita anticipata dei diritti di denominazione dello Stadium (oggi Allianz) la società bianconera ha costruito quello che oggi è forse il più bell’impianto di proprietà (oltre che unico, de facto).
Per una marca dare il proprio nome ad uno stadio o, forse ancora meglio, ad un’arena indoor per un lungo periodo di tempo, è una fonte di innumerevoli vantaggi e ritorni non solo di immagine, ma anche di business.
Diventare una “destinazione”, perché di questo stiamo parlando quando si tratta di naming sponsorship, oltre ad importanti operazioni di branding e visibilità, consente di suggellare la propria vicinanza con i consumatori e consentire ai propri clienti di vivere esperienze uniche: di fatto, gestire un media impareggiabile, che sforna in modo esclusivo contenuti sulle proprie piattaforme di CRM. Connessioni significative tra brand e mercato che lasciano un legacy nel tempo. E che consentono anche di ridisegnare (in meglio) la mappa del territorio. Qualcuno, prima o poi, lo dovrebbe dire nelle orecchie ai tanti imprenditori dello sport, in costante ricerca di quattrini… Have fun!

Federico Fantini
Head of Sports, Havas Media

Sporthub: Le misure che contano

“Non siamo interessati a questo progetto di sponsorizzazione: il prezzo è troppo alto e non ci sono i ritorni correlati a questi valori economici”.
Dall’ altra parte del tavolo riunioni ascolto, con un pizzico di delusione e un briciolo di incredulità, le parole stentoree del Direttore Marketing di un grande brand internazionale e una serie di pensieri inizia a riempire la mia testa. Secondo una recente ricerca di un qualificato think tank della sport industry, è di oltre 1 miliardo di dollari il valore degli asset che vengono sponsorizzati senza definire degli obiettivi prima della loro acquisizione. Oltre il 30% delle aziende che investono non dedica alcun budget alla valutazione dei ritorni dell’investimento. Del restante 70%, il 44% si affida alla semplice analisi della brand exposure, in particolare e prevalentemente quella televisiva. In Italia, questi dati sono probabilmente sottostimati. Il tema della misurazione dei ritorni delle sponsorizzazioni sportive da sempre è fattore di discussione e dibattito tra gli addetti ai lavori: un incubo per i sales manager delle property sportive, un mantra per i marketing manager dei brand che competono per un spazio di rilevanza nello scenario media attuale. In realtà, nonostante i molti tool scienti ci disponibili, molto è dettato ancora dalle (presunte) capacità empiriche di percezione del mercato e delle sue dinamiche all’interno di entrambe le parti in gioco. Da un lato si snocciolano dati di audience e fanbase; dall’altro ci si preoccupa della difficoltà (presunta) di tracciare contatti e livelli di pressione certificati da paragonare ai media tradizionali. In medio stat veritas. La sponsorship sportiva non è questione di air-time, ma di impatto. Un impatto che colpisce i consumatori nei luoghi e nei momenti delle loro passioni, creando quel senso di vicinanza e generando la chiave del successo di ogni property ed evento sportivo: l’advocacy, come direbbero bene gli anglosassoni. Se da un lato, tuttavia, bisogna puntare sugli ingredienti che rendono ogni fan o appassionato un “advocate” convinto dello sponsee (e per legge transitiva dei suoi sponsor); dall’altro i brand sono chiamati a operare nello sport con le stesse metriche con cui valutano e investono in altri media: obiettivi e misurazioni, senza i pregiudizi che conducono a fare le valutazioni empiriche di cui al primo capoverso di questa nostra riflessione. Il cammino sulla via dell’incontro virtuoso tra sport, media e marketing è ancora lungo, ma è iniziato e il futuro prossimo darà ragione a coloro che lo stanno percorrendo. Have fun!

Federico Fantini
Head of Sports, Havas Media

Sporthub: Il posto in prima fila

Seduto nella mia poltrona VIP in pelle da oltre un metro quadrato, mentre sorseggio una bibita ghiacciata e cerco l’ennesimo pop corn nel cono alla mia destra, mi godo lo spettacolo da cento milioni di dollari che scorre davanti a me, attraverso gli occhiali multidimensionali che mi fanno vivere una realtà aumentata.
Ho parcheggiato a pochi metri da lì e, grazie alla mia app, non ho fatto nessuna coda all’ingresso, mentre una signorina elegante mi ha semplicemente indicato dove prendere posto.
Ah, scusate, una precisazione: visto il titolo di questa rubrica avrete capito che non sono allo stadio, né in un palazzetto dello sport; sono in uno dei tanti cinema multisala che animano le nostre città e le loro periferie.
È da qui, infatti, che dobbiamo partire. Il cinema, in fondo, è il vero competitor dello spettacolo sportivo. Attori-atleti, campo-set, trama-gara, emozione-passione, cinema-stadio. E gli stipendi di certe star competono alla pari in entrambi i settori.
Il fatto è che, almeno nel nostro paese, lo sport perde 3 a 0 a tavolino. Con lo stesso prezzo di un biglietto VIP in un multisala moderno non riesco neanche ad andare a vedere una partita di seconda divisione, in uno stadio scomodo, freddo, bagnato, senza servizi, dove entrare è una sfida, mangiare qualcosa di decente un miraggio e neanche mi aspetto che ci sia un wi-fi. Perché dovrei? Ed infatti la media degli spettatori del nostro calcio è tra le più basse delle top league europee; e non è colpa dell’inflazione di calcio in TV, come dice qualche addetto ai lavori.
Uno stadio moderno e accogliente riesce ad incrementare del 50% gli spettatori fin dalla prima stagione e resta sopra il 30%, indipendentemente dai risultati in campo. Un impianto adeguato e tecnologicamente avanzato è il passaggio obbligato per rilanciare lo sport, non solo quello del pallone, oltre a fornire ai brand un prestigioso asset per le loro strategie di engagement con le community sportive e non solo. La (ri)qualificazione delle strutture sportive italiane, di vertice e di base, rappresenta in realtà una miniera d’oro per il marketing delle aziende, che potrebbero intercettare clienti e prospect nel tempio delle loro passioni e offrire servizi e prodotti sempre più in linea con i loro bisogni. Un’opportunità anche per i rightholder, che sapranno generare risorse aggiuntive per essere più vincenti e creare una fanbase ancora più “loyal”, in un mondo dove la “brand loyalty” è sempre più una chimera. E speriamo che, in ogni caso, ci siano anche lì i miei giganteschi coni di pop corn…Have fun!

Federico Fantini
Head of Sports, Havas Media

Sporthub: Sport o Show Business?

Da Toronto, una delle capitali mondiali dello sport entertainment, le cose sembrano molto diverse. Lo spettacolo, perché di questo stiamo parlando, della NBA o della NHL appare più un grande musical che una competizione sportiva tra due team sul campo al centro di una favolosa arena scintillante di luci e di suoni. Gli oltre 20mila fan assiepati sulle comode tribune o affacciati dai ristoranti che guardano al cuore del grande palazzo, seguono un po’ distratti quello che succede tra alcuni dei più grandi atleti dei loro sport, più interessati ad assicurarsi di essere ripresi dalla puntuale regia interna, che trasmette le immagini delle peripezie della meravigliosa mascotte sul gigantesco cubo da 6 milioni di dollari che incombe sul playground.
Sono 462 all’anno gli eventi di vario genere che vengono ospitati dall’AirCanada Centre: ben più di uno al giorno.
Otto Akeson, Direttore Marketing Operations dei Maple Leaf, ci spiega la ricetta del successo di questa impressionante macchina dello sport business moderno: fan relationship. La costruzione di una relazione con il proprio cliente attraverso un approccio olistico alla sua continua soddisfazione che si incentra su una experience arricchita dall’evento live e dal contenuto dello show. È così che i fan dei Leafs dimenticano che la squadra non vince il campionato di hockey dal 1967 e, tuttavia, non troveranno abbonamenti disponibili per i prossimi 40 anni. Lasciamo il palazzo e il sorriso della ragazza dei Raptors che ci saluta e ci ringrazia per essere stati al Centre stasera, rimane più memorabile del risultato della partita appena conclusa.
E quando, mischiato nella folla dei fan, esco all’aria frizzante dell’Ontario con il mio sacchetto pieno di merchandising postando le sensazioni della serata sui miei social, penso allo sport pro di casa nostra e alle enormi potenzialità di business e engagement che questo settore sarebbe in grado di esprimere, se solo riuscissimo ad applicare anche qui le più elementari regole di CRM. Ma su questo ne parliamo un’altra volta. Have fun!

Federico Fantini
Head of Sports, Havas Media

Sporthub: Quanto vale lo Sport?

Enrique Arribas non è un uomo molto popolare tra le scrivanie delle agenzie media italiane.
Il Direttore Marketing Corporate e Prodotto del Banco Santander, colosso finanziario tra i primi 15 al mondo, pensa infatti che “un euro investito nello sport possa avere un ritorno di 5 volte se allocato in progetti di comunicazione sportiva, molto più della media del ROI di un altro euro investito in media tradizionali”. Santander è stato partner di Ferrari per molti anni e, recentemente, ha deciso di abbandonare la sponsorship della Scuderia del Cavallino. Per prendere il posto di Unicredit come Official Bank della UEFA Champions League.
Lo sport, tuttavia, non occupa ancora grande spazio nelle strategie media elaborate per i clienti dalle agenzie loro consulenti: a volte non lo si considera; è complicato; gestito da personaggi talvolta bizzarri; difficile da ingabbiare nelle logiche a cui siamo abituati e che governano il mondo, in continua evoluzione, dei media tradizionali, ivi incluso il mondo digital; dai ritorni non tracciabili né valutabili dai numeri che riempiono alcuni dei report degli uffici marketing aziendali.
Quello che cerchiamo di fare, è trasmettere prossimità e rilevanza dei brand ai consumatori che, secondo una ricerca di nostra proprietà, non batterebbero ciglio se il 90% di quei marchi domani scomparissero improvvisamente…e nel 10% dei sopravvissuti a questo ipotetico fallout della comunicazione, di certo trovano spazio i grandi brand sportivi globali.
Prossimità e rilevanza dicevamo: valori che fanno parte del DNA dello sport, che esso sia di vertice professionista o, ancora di più, di base dilettantistico. Negli ultimi 10 anni il numero dei tesserati sportivi è salito di quasi il 29%. Sono oltre 20 milioni i praticanti sportivi italiani e oltre 15 milioni hanno assistito nel 2017 ad eventi sportivi. La passione è il fil rouge che unisce il popolo dello sport: quelle emozioni a cui bramano le marche dei prodotti e servizi per arricchire la loro equity e presentarsi più vicini ai consumatori. Chissà, tra le agenzie dove i professionisti lavorano costantemente accanto ai clienti, un nuovo vento di passione potrebbe animare ulteriormente le loro strategie e pianificazioni… Have fun!

Federico Fantini
Head of Sports, Havas Media

Havas Sports & Entertainment ancora insieme alla FIDAF per l’Italian Bowl 2018

Prosegue la partnership tra Havas Sports & Entertainment (Havas SE) e la Federazione Italiana di American Football (FIDAF) finalizzata a rafforzare il posizionamento e il percepito del popolare sport a stelle e strisce nel nostro Paese. Prossimo traguardo: l’organizzazione del XXXVIII Italian Bowl, la finalissima del campionato di Prima Divisione che partirà il prossimo 3 marzo.

Dopo il successo dell’edizione 2017 a Vicenza, sarà lo Stadio Lanfranchi di Parma ad ospitare quello che si prepara ad essere un vero festival dell’American Football nazionale. Appuntamento per tutti gli appassionati della palla ovale americana, dal 6 all’8 luglio, nella splendida città emiliana, capitale della gastronomia di eccellenza.

Il weekend delle finali di Prima, Seconda e Terza Divisione sarà l’evento clou del piano di comunicazione che Havas SE e la FIDAF svilupperanno insieme ai club di Prima Divisione. L’obiettivo è quello di valorizzare al meglio il potenziale di questo sport spettacolare, di attrarre un pubblico più ampio e di individuare degli sponsor che ne sfruttino le potenzialità di business.

In quest’ottica, venerdì 2 marzo, si riuniranno presso l’Havas Village di Milano i Presidenti delle squadre di Prima Divisione. Un momento di condivisione al fine di definire una strategia comune per sviluppare una piattaforma associativa, gestita centralmente; un modello vincente che Havas SE sta gestendo con successo nell’ambito dell’advisory come partner della Lega Calcio di Serie B.

Stefano Spadini, CEO Havas Media Group dichiara: “Sono contento della progettualità che stiamo potando avanti con la FIDAF e, sono certo, che l’insieme delle reciproche competenze porteranno a dei risultati ancora migliori rispetto alla scorsa edizione.”

Leoluca Orlando, Presidente della FIDAF commenta: “Sono molto soddisfatto del lavoro svolto sino ad ora e della collaborazione con un grande Gruppo come Havas. Riportare le finali dei nostri Campionati a Parma, nella splendida cornice dello Stadio Lanfranchi, è un sogno che si realizza e che, sono certo, saprà valorizzare al meglio le gesta tecniche dei nostri atleti. Alla vigilia della prima giornata del Campionato di Prima Divisione, ultimo a partire tra tutti i Campionati senior, desidero fare il mio personale in bocca al lupo a tutte le squadre: che questa sia una stagione ricca di soddisfazioni per tutti”.

 

Seguiteci @Havas_MGIT, www.havasmediagroup.it

Sponsorship marketing come scelta strategica

Torna dopo la pausa estiva “Sport for Breakfast”, il ciclo di incontri esclusivo organizzato da Havas Sports & Entertainment (Havas SE) dedicato ai temi più attuali dello sport business. Dopo il primo incontro dedicato agli eSports dove Havas SE insieme a Ralf Reichert, CEO di ESL (Electronic Sports League), hanno spiegato le dinamiche e le opportunità tra media entertainment e gaming, oggi si presenta il secondo appuntamento: “Sponsorship marketing come scelta strategica”.

Ad illustrarci le potenzialità dello sponsorship marketing è il Chief Revenues Officer dell’FC Barcelona, Francesco Calvo. Il Barcellona rappresenta, infatti, una case history d’eccellenza del marketing internazionale e ci insegna come la sponsorizzazione sia uno strumento strategico sempre più centrale nelle strategie di comunicazione dei brand. Le sponsorizzazioni sportive in particolare, possono essere considerate ormai come una disciplina con regole e tecniche sempre più sofisticate, che consentono di generare dei considerevoli ritorni di investimento.

Stefano Spadini, CEO Havas Media Group commenta: “Abbiamo lanciato all’inizio di quest’anno “Sport for Breakfast” con la finalità di approfondire le potenzialità dello sport marketing, un settore che offre enormi possibilità di business e che, anche nel nostro paese, inizia ad essere percepito sempre di più come un investimento strategico. L’obiettivo è affiancarci ai clienti insieme alle voci autorevoli del mercato per sfruttare le complessità di questo settore con l’aiuto delle competenze del nostro team di Havas SE.”

 

Seguiteci @Havas_MGIT, www.havasmediagroup.it

Disney Healthy Living partner ufficiale di Pesaro 2017 – 35° Campionato del Mondo di Ginnastica Ritmica – insieme a Havas SE

Disney Healthy Living sarà Sponsor Ufficiale di Pesaro 2017 – il 35° Campionato del Mondo di Ginnastica Ritmica – che si terrà per la prima volta in Italia all’Adriatic Arena di Pesaro dal 30 agosto al 3 settembre: un’operazione gestita da Havas Sports & Entertainment (Havas SE) nell’ambito della partnership con il Comitato Organizzatore Locale dell’evento, annunciata all’inizio dell’anno.

Healthy Living è il brand della galassia Disney con cui viene identificato il progetto “Divertiamoci a Stare Bene”, una missione a lungo-termine che The Walt Disney Company ha abbracciato a livello globale con l’obiettivo di ispirare concretamente le famiglie ad adottare e mantenere corretti stili di vita, facendo leva sul potere delle storie, dell’immaginazione, del divertimento e del gioco.

Elementi e valori quest’ultimi che animano la Ginnastica Ritmica e che hanno dato vita alla collaborazione tra Disney e Pesaro 2017, il più importante evento sportivo internazionale in Italia della stagione.

Nell’ambito del rapporto di sponsorship, Disney ha realizzato inoltre una serie di contenuti video insieme alle Farfalle – il team azzurro di ginnastica ritmica – che, divulgati sui social, richiamano l’attenzione sui temi caposaldo del progetto “Divertiamoci a star bene”, accompagnando il percorso delle nostre ginnaste all’importante appuntamento iridato casalingo.

I Mondiali di Pesaro verranno trasmessi live in 54 Paesi, mentre in Italia sarà trasmesso da RAI.

Stefano Spadini, CEO Havas Media Group, dichiara: “Questo progetto e le partnership in essere evidenziano la capacità dell’agenzia, e dei suoi team, di seguire i propri clienti e partner con un ruolo consulenziale, oltre alle capacità gestionali e di delivery.”

“L’impegno di Disney nell’ambito del Healthy Living è una missione che sta rivoluzionando tutte le nostre aree di intervento a favore del benessere delle famiglie e di uno stile di vita all’insegna dell’attività fisica, dello spirito sportivo e di corrette scelte anche in ambito alimentare. Sempre con la voglia di stare bene e di divertirsi assieme. Speriamo che il nostro contributo possa rappresentare un punto di forza e uno stimolo ulteriore per sostenere la nostra squadra e condividere i valori positivi della ginnastica ritmica.” commenta Daniel Frigo, AD Disney Italia.

Filippo Colombo, Vice Presidente del Comitato Organizzatore, commenta: “Grazie alla collaborazione strategica con Havas Media Group e grazie all’eleganza e alla freschezza della ginnastica ritmica, siamo riusciti a creare uno straordinario legame con Disney Healthy Living che, ne sono convinto, darà grandi soddisfazioni. Colgo l’occasione per ringraziare The Walt Disney Company e, in particolare, il Dott. Domenico Luciano per la sua disponibilità e per la fiducia che ci ha trasmesso.”

Seguiteci @Havas_MGIT, www.havasmediagroup.it

Havas Sports & Entertainment e PwC scelte come advisor dalla Lega Serie B (LNPB) per i prossimi quattro anni

L’assemblea della Lega Nazionale Professionisti B (LNPB) ha affidato ad Havas Sports & Entertainment (Havas SE) – il team di specialisti del Gruppo –, in associazione con PwC, l’incarico di advisor strategico di marketing per seguire la Lega B nei prossimi quattro anni. L’assegnazione giunge a seguito di una gara che ha coinvolto anche altri primari player del mercato.

L’obiettivo era trovare un advisor strategico dotato di competenze e capability in tutte le aree che coinvolgono la piattaforma di marketing associativo di Lega.

Havas SE e PwC lavoreranno al fianco della Lega per individuare e sviluppare le soluzioni migliori e più efficaci a supporto delle strategie di comunicazione, marketing e business development del brand “Serie B”, che ha già attivato, oltre ad una piattaforma centralizzata di sponsoring e pubblicità una serie di progettualità verticali collaterali: B Futura (infrastrutture), B Solidale (CSR), B Club (business partnership) e B Italia (marketing di destinazione e rapporti con il territorio). Sono aree in cui partner e investitori saranno coinvolti con una piattaforma di benefit a 360°, con ritorni in termini di immagine, comunicazione e customer engagement.

La Serie B rappresenta il secondo campionato professionistico di calcio italiano, a cui partecipano ogni anno 22 club. Si tratta di 470 eventi distribuiti su 10 mesi ogni anno, che animano oltre 15 milioni di italiani. Sono circa 3,2 milioni gli appassionati che ogni stagione seguono le loro squadre negli stadi delle 22 città e 100 mila sono gli abbonati, un dato aggregato che colloca la Serie B come primo Club italiano di calcio per numero di abbonati. Con 4300 ore di copertura televisiva su SKY e quasi 2 milioni di audience TV ogni weekend, la Serie B è il campionato dei giovani talenti italiani: oltre l’80% dei giocatori è infatti italiano e molti di questi saranno poi i campioni destinati a animare la Serie A o i maggiori campionati internazionali.

Stefano Spadini, CEO Havas Media Group dichiara: “Sono particolarmente soddisfatto della partnership siglata insieme a PwC con la Lega Nazionale Professionisti B. In assemblea è stata presentata la nostra proposta di progettualità che parte dalle sponsorizzazioni e costruisce significatività attivando tutti gli asset della Lega, con l’obiettivo di riposizionare la Serie B come best practice assoluta. Inoltre, in un mercato che continua a interrogarsi sull’invasione di campo delle società di consulenza in ambito pubblicitario, la partnership con PwC dimostra che c’è una possibilità di collaborazione e che questa è in grado di generare valore, in primis per i clienti.”

Paolo Bedin, Direttore Generale della LNPB, esprime: “Grande soddisfazione per l’esito della manifestazione di intesse che ha caratterizzato l’assegnazione dell’advisoring commerciale della LNPB, testimoniando il grande interesse che suscita nel mercato la piattaforma di marketing centralizzato sviluppata in questi anni. La proposta di Havas SE e PwC ha convinto le nostre società non solo per quello che le due aziende rappresentano nel panorama della comunicazione e business development e la qualità del lavoro presentato, ma anche per l’entusiasmo, la forza e la perseveranza con le quali ci hanno manifestato il loro interesse in questi mesi. Siamo sicuri che contribuiranno a sviluppare il brand LNPB, generando quel valore e quelle revenues che il movimento e la piattaforma sono il grado di esprimere”.

Italian Bowl Weekend 2017

Durante l’Italian Bowl Weekend che si terrà allo Stadio Romeo Menti di Vicenza dal 7 al 9 luglio, il popolo del football americano e tutti gli appassionati di sport potranno godersi tre giorni tra sport e spettacolo: musica, cultura, Food & Beverage area, Fan Zone e molto altro ancora.
Un in bocca al lupo alle squadre finaliste e buon divertimento a tutti per questi tre giorni di sport e spettacolo #LiveTheDream!

LIVE THE DREAM

“Havas ha un forte interesse nello sport, inteso sia quale mezzo che come contenuto, e crede nel football americano, sport di nicchia nel nostro Paese ma con valori per noi di grande interesse, anche in termini di attrattività per sponsor e media,” sono queste le parole di apertura di Federico Fantini, Head of Sports Havas Sports & Entertainment (Havas SE) alla Conferenza Stampa di presentazione dell’Italian Bowl Weekend, tenutasi oggi allo Stadio Menti di Vicenza.

Alla presenza del Vice Presidente di FIDAF, Francesco Cerra, di Umberto Nicolai, Assessore alla Formazione ed allo Sport del Comune di Vicenza, di Andrea Gazzoli, Direttore Generale Vicenza Calcio e di Gianfranco Bardelle, Presidente del CONI della Regione Veneto, nonché di un nutrito gruppo di giornalisti, Fantini ha illustrato i termini della partnership che legherà Havas (gruppo francese presente in oltre 100 paesi e tra i primi cinque player al mondo nel settore della comunicazione), alla Federazione Italiana di American Football da qui al 2020. Si partirà con l’organizzazione dell’Italian Bowl Weekend (Vicenza, Stadio Menti, 7-9 luglio) per poi aggiungere, dal 2018, anche l’acquisizione dei diritti commerciali e di marketing dei Campionati di Prima, Seconda e Terza Divisione.

Presentato il programma della manifestazione, inserito nel calendario degli eventi di Vicenza, Città Europea dello Sport 2017 e che punta a coinvolgere anche i tantissimi americani che gravitano attorno alle basi NATO presenti sul territorio. Il tutto accompagnato da musica, Food&Beverage area, Fan Zone e tanto altro ancora. L’evento godrà di una copertura mediatica importante, grazie alla presenza di una radio ufficiale, Virgin Radio, di Fox TV, che trasmetterà in diretta il XXXVII Italian Bowl, alla partnership con la Gazzetta dello Sport, che dedicherà uno speciale il venerdì prima dell’evento, e a FIDAF TV, che trasmetterà in diretta le finali di Seconda e Terza Divisione, il Rose Bowl e il KPRO All-Star Game.

Soddisfazione è stata espressa da Umberto Nicolai, che ha ricordato come l’attuale amministrazione stia legando sempre più l’aspetto turistico all’aspetto sportivo, oggi quanto mai valorizzato dal titolo di Città Europea dello Sport di cui Vicenza è stata insignita proprio quest’anno. “Lo sport nel Veneto è una nostra caratteristica. Strutture e impiantistica non hanno nulla da invidiare alle altre regioni e oggi le grandi perle architettoniche della nostra regione e della nostra Città stanno diventando anche luoghi per lo sport, perché finalmente si capisce il valore trainante che lo sport ha per il turismo”.
Francesco Cerra ha espresso la soddisfazione della Federazione per la scelta di Vicenza quale location del prossimo Italian Bowl, ringraziando autorità comunali e il Vicenza Calcio per l’ottima accoglienza riservata al football americano, interpretata come un vero segno di riconoscimento tangibile del lavoro della Federazione. Speciali ringraziamenti anche al Gruppo Havas, che “ha deciso di scommettere ed investire sulla passione che contraddistingue il nostro movimento. Il football italiano cercherà di non deludere le aspettative che sono state create tramite la città di Vicenza, il Vicenza Calcio e Havas.”.
Nelle parole di Andrea Gazzoli il compiacimento per aver deciso di ospitare un “evento diverso dal calcio, che ben si adatta agli ampi spazi di cui questa struttura dispone.” Anche il Vicenza Calcio auspica che tutto il contesto aiuti ad aumentare la visibilità del football americano in Italia. Gianfranco Bardelle, Presidente del CONI della Regione Veneto ha ricordato che sono 275 le discipline sportive che si possono praticare in Italia, contro le sole 45 Federazioni Nazionali: “Abbandono precoce e obesità sono due grandi problemi che affliggono i nostri giovani oggi, e i ragazzi devono sapere che non esiste solo il calcio! Se il football americano riesce a strappare i ragazzi da questi problemi, avrà il mio incondizionato supporto, perché questi sport minori servono per far capire quanto sia bello praticare sport, a qualsiasi livello.”

Annunciata la presenza anche quest’anno di NFL Game Pass, il servizio di LIVE streaming delle partite della National Football League americana, quale sponsor dell’Italian Bowl Weekend 2017.
I biglietti (al costo compreso tra i 12 e i 27 euro per l’intero weekend) saranno disponibili a partire dal 2 maggio sulla piattaforma di Ticket One.

Per ulteriori informazioni:
http://italianbowlweekend2017.it/

 

DUSTY SADDLE BOYS ALL’HALF TIME SHOW DELL’ITALIAN BOWL 2017

Sport, ma anche spettacolo a stelle e strisce durante l’Italian Bowl 2017, l’atto finale dal campionato italiano di football americano che per la prima volta nella sua storia si disputerà allo Stadio Romeo Menti di Vicenza, inserito all’interno del calendario eventi di Vicenza Città Europea dello Sport 2017.
Momento clou della tre giorni di gare sarà la Finalissima del Campionato di I Divisione, che si disputerà sabato 8 luglio con kick off alle ore 21.00.
L’evento, in pieno stile del più blasonato Superbowl americano, sarà impreziosito dall’esibizione della popolarissima band country & rock The Dusty Saddle Boys, che si esibirà durante l’half time sul palco dello Stadio Menti.
La band, costituita nel 2012 con l’obiettivo di creare un legame artistico e culturale tra la comunità di Vicenza e la numerosa comunità americana locale, presenterà proprie canzoni e riarrangerà famosissime cover del panorama country americano, regalando uno show di circa 30 minuti dal grande impatto emotivo.

Per ulteriori informazioni:
http://italianbowlweekend2017.it/

 

CON IL BIGLIETTO DELL’ITALIAN BOWL 2017, 50% DI SCONTO SULL’INGRESSO AL CIRCUITO MUSEALE DI VICENZA

Grazie alla partnership con il Comune di Vicenza, gli appassionati che arriveranno a Vicenza per assistere all’Italian Bowl Weekend avranno la possibilità di scoprire tutte le eccellenze culturali di una delle città d’arte più belle d’Italia con una promozione esclusiva.
Per i possessori dei biglietti per le partite dello Stadio Menti l’Amministrazione Comunale di Vicenza mette a disposizione dei voucher, usufruibili fino al 30 aprile 2018, per accedere con lo sconto del 50% a tutti i luoghi del circuito museale di Vicenza, di cui fanno parte i musei civici (Teatro Olimpico, Palazzo Chiericati, Museo Naturalistico Archeologico, Museo del Risorgimento e della Resistenza, Tempio di Santa Corona), la Galleria d’Italia, Palazzo Leoni Montanari, Palladio Museum e Museo Diocesano.
Procurarsi il proprio tagliando per l’Italian Bowl è facilissimo: già disponibile il servizio di prevendita sul portale www.ticketone.it; da venerdì 7 luglio botteghini aperti allo Stadio Menti. Alla biglietteria dello Stadio, esibendo il proprio titolo d’ingresso, si potranno ritirare i voucher sconto utilizzabili per il percorso museale.
Il Consorzio Turistico VicenzaÈ, Incoming Partner dell’Italian Bowl, ha inoltre studiato tariffe speciali per l’ospitalità alberghiera a Vicenza dedicate agli accompagnatori, ai tifosi organizzati e ai fan delle squadre finaliste.

Per ulteriori informazioni:
http://italianbowlweekend2017.it/

 

FOX SPORT OFFICIAL BROADCASTER DELL’ITALIAN BOWL 2017

Fox Sports trasmetterà in diretta l’Italian Bowl 2017. Il canale, in esclusiva sulla piattaforma Sky, ha raggiunto l’accordo con Havas Sports & Entertainment, l’agenzia che ha acquisito i diritti dalla FIDAF, per trasmettere la Finale di Prima Divisione del Campionato Italiano di American Football, che quest’anno si terrà allo Stadio Menti di Vicenza sabato 8 luglio alle 21.00.

Il match rappresenta il ou di un weekend di finali per tutti i principali campionati nazionali: una vera festa per lo sport a stelle e strisce più popolare, a cui sono attesi oltre diecimila appassionati. Per chi non riuscirà a raggiungere gli spalti dello Stadio Menti, possibilità di seguire l’Italian Bowl in diretta integrale su Fox Sports (canale 204 del bouquet di Sky HD).

Per ulteriori informazioni:
http://italianbowlweekend2017.it/

 

NFL GAME PASS

Si rinnova la prestigiosa collaborazione tra l’Italian Bowl e NFL Game Pass. Dopo la partnership in occasione dei campionati europei svolti allo Stadio Vigorelli di Milano nel 2014, e la sponsorizzazione in occasione delle finali del 2015 e 2016 del campionato italiano, Havas Sports & Entertainment – team di specialisti del gruppo Havas che organizza l’Italian Bowl Weekend 2017 – è orgoglioso di annunciare che, anche nell’edizione in programma allo Stadio Romeo Menti di Vicenza dal 7 al 9 luglio, NFL Game Pass sarà sponsor dell’evento.
NFL Game Pass è l’abbonamento digitale che permette di vedere, comodamente seduti davanti al proprio pc, tablet o smartphone, ogni partita della preseason e del prossimo campionato NFL in diretta streaming, oppure on demand con la tecnologia HD. Oggi nel mondo sono centinaia di migliaia gli abbonati, con numeri in costante crescita anche sul mercato italiano.
La presenza per il terzo anno consecutivo di NFL Game Pass al fianco dell’Italian Bowl, impreziosisce l’evento italiano e lo avvicina ancora di più al mondo del football americano a stelle e strisce.

Per ulteriori informazioni:
http://italianbowlweekend2017.it/

 

CALVIN “MEGATRON” JOHNSON GUEST STAR DELL’ITALIAN BOWL 2017

Nelle precedenti edizioni, da Ferrara a Cesena, il pallone ufficiale con cui disputare la finale di I Divisione era sempre arrivato in modo rocambolesco dall’alto, grazie a paracadutisti che planavano al centro del terreno di gioco. Quest’anno la palla ovale dell’Italian Bowl arriverà invece da terra, ma con una modalità non meno emozionante per tutti gli appassionati di american football: ovvero consegnata dalle mani di una delle più recenti leggende del gioco.

Havas Sports & Entertainment, insieme a tutta l’organizzazione dell’Italian Bowl 2017, è orgogliosa di annunciare la presenza a Vicenza l’8 luglio di Calvin “Megatron” Johnson, come guest star dell’evento.

Nato a Newnan, in Georgia, nel settembre del 1985, Calvin Johnson è stato scelto come secondo assoluto nel draft NFL del 2007 dai Detroit Lions, con cui ha giocato 9 stagioni da professionista prima del ritiro, datato marzo 2016.
Wide receiver capace di mixare forza fisica, velocità, coordinazione nei salti e grande controllo delle mani, Calvin “Megatron” Johnson è a tutt’oggi il detentore di ben 12 record NFL assoluti, tra cui maggior numero di yard ricevute in una gara (329), maggior numero di yard ricevute in una stagione (1964), maggior numero di gare consecutive con almeno 10 ricezioni, infine giocatore più rapido (solo 115 partite) a raggiungere il ristretto club dei ricevitori con oltre 10.000 yard in carriera.

Uno vero spettacolo vivente, che si aggiungerà allo spettacolo che ci faranno vivere le squadre in campo. È proprio il caso di dire…Live the Dream!

Per ulteriori informazioni:
http://italianbowlweekend2017.it/

 

Tutte le emozioni dell’Italian Bowl Weekend 2017

Si è conclusa domenica scorsa la tre giorni di sport e spettacolo tenutasi allo Stadio Menti di Vicenza che ha ospitato l’Italian Bowl Weekend, evento organizzato dal team Havas Sports & Entertainment (Havas SE) in partnership con FIDAF (Federazione Italiana di American Football).

Lo Stadio Menti è stato teatro di emozioni, musica, sport, sapori e vittorie dove fan, team, sponsor e partner hanno potuto godere di una tre giorni indimenticabile. Tutto ciò a dimostrare che il football americano è uno di quegli sport che, una volta vissuto, non si dimentica più per i valori di fratellanza, amicizia e fair play che legano da una parte i giocatori e dall’altra tutti gli appassionati.

Il successo dell’evento è frutto della professionalità e della passione con cui il team di Havas SE, in collaborazione con ProSport Estense e con l’indispensabile supporto delle istituzioni locali, ha condotto l’organizzazione e lo svolgimento dell’intera manifestazione.

5000 i fan che hanno seguito dagli spalti i Rhinos e i Seamen disputarsi il XXXVII Italian Bowl, la finalissima di Prima Divisione. A questi ultimi la vittoria del terzo titolo tricolore della loro storia, per 37 a 29. Il miglior giocatore in campo della partita, votato dai giornalisti presenti in tribuna stampa, Luke Zahradka, premiato da Calvin Johnson, il Megatron della NFL ed ex giocatore dei Detroit Lions. A premiare i Rhinos – secondi classificati – Stefano Spadini, CEO di Havas Media Group; mentre il “Gionni Colombo Trophy” è stato consegnato da Marco Quercio, Vice Presidente Vicario della FIDAF, nelle mani del Presidente dei Seamen, Marco Mutti.

Stefano Spadini, CEO Havas Media Group dichiara: “Il successo dell’organizzazione dell’Italian Bowl Weekend 2017 rappresenta un importante riconoscimento alle competenze dedicate allo sport e alle sinergie che siamo in grado di creare, in un settore che è in rapida evoluzione ed in grande sviluppo. Siamo davvero contenti di avere contribuito al successo di un evento dalle caratteristiche estremamente interessanti, sia in termini di sport marketing sia in termini di comunicazione. Le potenzialità dello sport marketing sono enormi e anche nel nostro paese si sta iniziando ad investire in maniera sempre più strategica, per sfruttare tutte le opportunità di business del settore.”

Havas, con il team di specialisti di Havas SE, opera già attivamente nelle aree dello sport e dell’entertainment in quattro ambiti principali: insight & strategy, partnership, attivazione e contenuti, pilastri alla base della creazione di relazioni significative tra i brand e i loro fan che fanno leva sul potere di emozionare dello sport e dell’entertainment. Recentemente Havas SE ha vinto anche l’incarico come advisor strategico di marketing per seguire la Lega Nazionale Professionisti B (LNPB) – il secondo campionato di calcio italiano – nei prossimi quattro anni.

SPORT LEADERS FORUM

LA COOPERAZIONE TRA SOCIETA’ SPORTIVE, LEGHE, LEGISLATORI E IMPRENDITORI PER L’INDUSTRIALIZZAZIONE DELLO SPORT.

Lunedì 8 maggio, a Vicenza, sono ripresi gli appuntamenti dello SPORT LEADERS FORUM, lungo il pomeriggio organizzato presso gli spazi della Fiera, si sono alternate, come sempre, nei vari panel alcune componenti manageriali e imprenditoriali dello sport business. Il filo conduttore della giornata in Veneto è stata la domanda sul se e sul come si possa fare sì che un aggregato di società sportive, prof e semi prof dei vari sport di squadra, riesca a far sistema ad esser industria, ovvero ad avere regolari investimenti in managerialità, infrastrutture, innovazione, mentre ancora registriamo che ad ogni cambio di gestione in una società sportiva si riparte da zero, inventandosi il mestiere della produzione dello spettacolo sportivo.

L’incontro, condotto dal noto Massimo CAPUTI, oggi capo redattore sport de il MESSAGGERO, è partito con l’ascolto di alcuni trend analizzati da Federico FANTINI, head of Sport di HAVAS Sports & Entertainment e Marco NAZZARI, managing director di NIELSEN SPORTS Italia, da cui emerge un settore dello sport business anche in Italia pieno di opportunità, dalla gestione del rapporto con la fan base fino alla crescita delle start up in ambito tecnologico, ma ancora con tante ombre gestionali.

(RI)COSTRUIAMO IL SISTEMA SPORT. Le Leghe sportive protagoniste del processo?
Infatti, con chi gestisce le società sportive registriamo le stesse perenni difficoltà a far quadrare i conti, per cui ci si è chiesti come le leghe, (presenti Mauro FABRIS, pres. LEGA VOLLEY Femminile; Federico ZURLENI, dg LEGA BASKET A), possano interpretare un loro possibile ruolo nel costruire l’industria dello sport, ovvero favorire la realizzazione degli impianti, guidare l’ingresso di management qualificato, sostenere una nuova frontiera della gestione delle Sponsorship, con format e misurazioni dei risultati condivisi.

DALLA PARTE DELL’INDUSTRIA_ il punto di vista di chi con lo sport fa già impresa.
La strada che SPORT LEADERS propone è quella del dialogo con il mondo delle aziende, dell’evoluzione delle organizzazioni sportive professionistiche verso il modello

dell’impresa, che valorizzi le tante opportunità legate all’engagement con il mondo degli appassionati e agli investimenti produttivi (impianti, centri sportivi, management..).

Per questo abbiamo ascoltato il punto di vista di chi con lo sport fa business, per esempio i produttori del team-Wear come la MACRON dell’AD Gianluca PAVANELLO e chi l’industria la promuove come IEG rappresentata da Corrado FACCO, Managing Director dell’organizzazione delle Fiere di Rimini e Vicenza. Industria che assiste spesso ai limiti di molte organizzazioni sportive, che tanto ridimensionano la crescita del settore. Mentre nel mondo industriale è consolidata l’esperienza di muoversi facendo sistema, in questo settore di leghe e società sportive, ci si muove da sempre in ordine sparso.

LE PAROLE CHIAVE DELLO SPORT BUSINESS:
Engagement, Contenuti, Format. A dimostrazione che ci sono tante opportunità, tutte ancora da cogliere, abbiamo ascoltato alcune history degli sport maker, ovvero: la migliore gestione della fan base attraverso i social, con Massimo CORTINOVIS, AD di STYLUM & ROKIVO, di ALTAVIA; la possibilità di avere format per le aziende più convincenti e completi, con ENERGY FOR SWIM sviluppata da Nicola TOLOMEI, AD di SPORT & IDEAS; la necessità di misurare gli investimenti in Sponsorship con una ricerca del POLITECNICO presentata dalla presidente di VERO VOLLEY Monza Alessandra MARZARI ; l’esigenza di parlare ad un pubblico in target ma comunque numeroso attraverso le immagini sportive, con Federico ZANNI di PMG SPORT; l’opportunità di accrescere il proprio business attraverso il co-marketing, con Pier Paolo BUCALO di A12LAB.

LA SFIDA DELLE RISORSE PASSA DALL’ORGANIZZAZIONE OPERATIVA QUOTIDIANA.
Ascoltate le opportunità che derivano da attività legate allo sport marketing e le stesse esigenze delle aziende sport, alcuni manager protagonisti dello sport business con differenti ruoli manageriali (dg, finanza, comunicazione, marketing, commerciale) e differenti sport di squadra, calcio, basket e volley, come Roberto BRUGHERA, dir. commerciale BLU Volley Verona; Claudio COLDEBELLA, dg Pallacanestro VARESE; Simone FREGONESE, resp. comunicazione Volley CONEGLIANO , e Universo TREVISO Basket, Alberto RIGOTTO, dir. finanz. UDINESE, Marco SOROSINA, dir. commerciale HELLAS Verona, hanno raccontato ad Antonello BISOGNO di INSIGHTS Italia, il dover tutti i giorni scaricare a terra l’ingrato compito di soddisfare le esigenze di chi investe e della stessa proprietà, ma anche degli utenti finali dello spettacolo che sono i tifosi e spesso tutto questo con zero budget. Ma anche la forte soddisfazione di accompagnare le proprie società nella crescita economica e sportiva.

LE NOVITÀ DAL FRONTE DELLA POLITICA. Per una collaborazione possibile tra il legislatore e le organizzazioni sportive, ne abbiamo riflettuto con lo scambio di battute tra Massimo CAPUTI e Daniela SBROLLINI, deputata del PD e firmataria di due disegni di legge sullo sport, che con caparbietà sta seguendo il loro iter parlamentare, al momento in discussione presso la Commissione Cultura

LEGHE e SOCIETÀ. FARE IMPRESA NELLO SPORT ITALIANO OGGI. Partendo dal modello prevalente di gestione delle società sportive il promotore di SPORT LEADERS, Mimmo MAZZELLA ha chiesto a chi ne è il principale “decision maker”, presenti i vertici di LEGA B, con il dg Paolo BEDIN, di HELLAS VERONA con il dir. operativo Francesco BARRESI, di PALLACANESTRO VARESE con l’AD Fabrizio FIORINI, di VERO VOLLEY MONZA con la pres. Alessandra MARZARI, di ANTHEA e VICENZA VOLLEY, con il pres. Flavio MARELLI, se sia possibile percorrere delle strade alternative che rendano sostenibile e “industrializzabile” la produzione dello spettacolo sportivo. Naturalmente le diverse esperienze hanno portato differenti motivi di riflessione, ma c’è stato un elemento comune in tutti, ovvero ognuno percorre delle strade in qualche modo innovative, da chi sperimenta il consorzio d’imprese a chi dialoga con il mondo confindustriale; da chi lancia piattaforme di sostegno ai propri associati a chi organizza il club come una vera azienda, ancora a chi mette insieme società sportive del territorio e loro aziende sostenitrici. Ma la scoperta dell’acqua calda è che tutti lo fanno in perfetta solitudine, senza metter quelle esperienze a fattor comune, per diventare sistema. Forse converrà partire da qui.

Fonte SBM
http://www.sportbusinessmanagement.it/2017/05/industrializzazione-dellosport.html

Havas Sports & Entertainment ha dedicato all’eSports il primo dei workshop “Sport for Breakfast”.

Per questa tematica abbiamo invitato il Ralf Reichert, CEO e Founder di ESL, il quale ci ha permesso di capire quali siano le dinamiche e la rilevanza economica di questo settore ormai al vertice della convergenza tra media entertainment e gaming. Da fenomeno di nicchia è infatti diventato un maga trend globale con interessantissime opportunità di investimento per tutto quei brand che vogliono avvicinarsi al target 18-35.

Richiedici la presentazione mandaci una mail:
elena.cannatelli@havasmg.com

HAVAS SPORTS & ENTERTAINMENT FINO AL 2020 INSIEME ALLA FIDAF PER RILANCIARE IL FOOTBALL AMERICANO “MADE IN ITALY”

Havas Sports & Entertainment fino al 2020 insieme alla FIDAF per rilanciare il Football Americano “made in Italy”

Havas Sports & Entertainment (Havas SE) ha acquisito i diritti di marketing e l’organizzazione, per i prossimi 4 anni, dell’Italian Bowl Weekend, l’evento più importante che conclude la stagione agonistica della FIDAF, la Federazione Italiana di American Football.

L’accordo firmato da Havas SE con la FIDAF prevede inoltre, a partire dal 2018 e fino a tutto il 2020, l’acquisizione dei diritti di marketing dei Campionati Italiani di Prima, Seconda e Terza Divisione, con l’obiettivo di lavorare a fianco di tutti gli stakeholder di questo sport, quintessenza dello spirito americano, per promuoverlo e rilanciarlo nella Penisola.

La prima edizione seguita da Havas SE dell’Italian Bowl Weekend, sarà quella del prossimo 7-9 luglio allo Stadio Menti di Vicenza, dove il mondo del Football Americano si radunerà per un weekend di festeggiamenti all’insegna delle “stelle e strisce”, ospite dei padroni di casa del Vicenza Calcio.

Oltre all’atteso Italian Bowl, il match per lo scudetto di Prima Divisione, Vicenza ospiterà dunque anche il Silver Bowl (Seconda Divisione) e il Nine Bowl (Terza Divisione), nonché il Rose Bowl dedicato al football femminile, l’All Star Game tra Prima e Seconda Divisione e le Finali di Coppa Italia di Flag Football Senior Maschile e Femminile.

La città del Palladio, dunque, accoglierà a partire dal 4 luglio – festa americana per antonomasia – migliaia di appassionati della palla ovale d’oltreoceano, nell’ambito delle manifestazioni che la vedono quest’anno Città Europea dello Sport.

Stefano Spadini, CEO Havas Media Group dichiara: “La partnership con la FIDAF conferma la nostra capacità di porsi come riferimento verso gli stakeholder sportivi per supportarli nella strategia, progettualità e sviluppo del business, tre aree chiave su cui stiamo investendo per ampliare l’offerta sportiva dell’agenzia, e siamo orgogliosi di farlo con la FIDAF.”

“È con grande orgoglio che comunichiamo il raggiungimento dell’accordo con Havas Media Group, uno dei gruppi di comunicazione più importanti al mondo, che ha voluto credere in noi e nelle potenzialità del nostro sport quale veicolo non solo di valori importanti ma anche di grande spettacolo”, ha commentato il

Presidente della FIDAF, Leoluca Orlando. “Siamo certi che, con il loro aiuto, riusciremo a rilanciare il football americano in Italia nel miglior modo possibile, facendo leva su sinergie professionali capaci di capitalizzare quanto di buono costruito in questi ultimi anni.

Havas Sports & Entertainment e Pesaro 2017 insieme per il 35° Campionato del Mondo di Ginnastica Ritmica 

Havas Sports & Entertainment (Havas SE), il team di specialisti di Havas dedicato a quest’area, sigla la partnership con il Comitato Organizzatore del 35° Campionato del Mondo di Ginnastica Ritmica, ospitato quest’ anno all’Adriatic Arena di Pesaro dal 30 agosto al 3 settembre.

Per la complessità dell’evento, il Comitato Organizzatore di Pesaro 2017, che lavora a stretto contatto con la Federazione Internazionale e la Federazione Italiana di Ginnastica, ha scelto Havas SE come partner per supportare tre aree chiave: Sponsorship, Social Media e PR internazionali.

La manifestazione iridata, per la prima volta ospitata in Italia, vedrà sfidarsi le migliori atlete internazionali della specialità nel primo appuntamento mondiale dopo gli ultimi Giochi Olimpici di Rio 2016.

L’evento, unico “Mondiale” in Italia nel 2017 e trasmesso live nei 57 Paesi rappresentati, attirerà oltre 20 mila appassionati all’Adriatic Arena di Pesaro. Giovani e famiglie che tiferanno le ragazze azzurre della nostra Nazionale, le “Farfalle”, rimaste fuori dal podio a Rio solo per pochi decimi di punto e che saranno le vere protagoniste delle giornate di gara.

Federico Fantini, Head of Sport di Havas SE dichiara: “La partnership con Pesaro 2017 rappresenta un importante riconoscimento delle competenze dedicate allo sport che il team di Havas SE è in grado di offrire in un settore in rapida evoluzione e grande sviluppo. Siamo contenti di potere contribuire al successo di un evento prestigioso dalle caratteristiche estremamente interessanti, sia in termini di sport marketing sia in termini di comunicazione.”

Filippo Colombo, Vice Presidente del Comitato Organizzatore dichiara: “Siamo particolarmente soddisfatti della partnership strategica siglata con Havas SE. Il Comitato Organizzatore aveva necessità di trovare un player internazionale per poter dare il giusto risalto in termini di comunicazione ad un evento di tale portata. Non solo, grazie alla professionalità di Havas SE sarà più facile, nel prossimo futuro, cogliere ulteriori opportunità implementando un modello organizzativo integrato, volto a candidare l’Italia come sede ospitante di grandi eventi sportivi internazionali.”

Federico Fantini nominato Head of Sport di Havas Sports & Entertainment 

Federico Fantini si unisce al team di Havas Sports & Entertainment (Havas SE), l’agenzia di brand engagement del Gruppo Havas, in qualità di Head of Sport.

Con una consolidata esperienza di oltre 20 anni nello sport marketing, Fantini è dal 2005 General Manager del Master in Strategie per il Business dello Sport dell’Università Ca’ Foscari Venezia. In passato ha ricoperto ruoli quali Direttore della Comunicazione del Gruppo Aprilia, Chief Marketing Officer dei Mondiali di Scii Alpino ed in seguito Direttore Marketing della holding sportiva del Gruppo Benetton. Tra i progetti più sfidanti che Fantini ha seguito durante la sua carriera, anche la direzione della candidatura olimpica di Venezia 2020.

In qualità di Head of Sport il suo ruolo principale sarà di lavorare con Raffaele Calia, Managing Director di Havas SE, per incrementare le competenze in ambito sportivo dell’agenzia e rafforzarne la cultura aziendale.Stefano Spadini, CEO di Havas Media Group e CEO di Havas SE commenta: “Siamo convinti che lo sport marketing sia un investimento distintivo che possa darci grandi opportunità di dialogo, sia con i nostri clienti sia con il mercato che è in continua evoluzione e sempre più complesso. L’arrivo di Fantini sotto la guida di Calia darà la possibilità di ampliare la nostra offerta –- che si completa con quanto già stiamo facendo nell’ambito dell’entertainment.”

Havas SE opera già attivamente nelle aree dello sport e dell’entertainment in quattro ambiti principali: insight & strategy, partnership, attivazione e contenuti. Questi i pilastri alla base della creazione di relazioni significative tra i brand e i loro fan che fanno leva sul potere di emozionare dello sport e dell’entertainment, con il supporto di piattaforme che sfruttano e integrano dati, insight strategici, creatività e innovazione.

Federico Fantini, Head of Sport di Havas SE dichiara: “Lo sport in Italia ha un potenziale enorme e sono convinto che, come in altre key country europee, anche in Italia Havas SE possa giocare un ruolo da protagonista. La nostra offerta è costruita per guidare i clienti nel cogliere le grandi opportunità di business in questo territorio. Stiamo già dialogando con alcune squadre di serie A, federazioni sportive e clienti.”

FANS.PASSIONS.BRANDS

L’agenzia di brand engagement del Gruppo, Havas Sports & Entertainment (Havas SE), presenta oggi i 5 profili dei fan della musica emersi da FANS.PASSIONS.BRANDS – ricerca globale proprietaria la cui prima edizione risale al 2014.

Partnership e accordi di sponsorizzazione con musicisti migliorano l’immagine del brand e stimolano le persone a provare i prodotti e servizi di un’azienda, uno degli highlight emersi dalla nuova ricerca presentata oggi.

In collaborazione con Annenberg Innovation Lab dell’Università della Southern California, la ricerca FANS.PASSIONS.BRANDS condotta su 18.000 intervistati in tutto il mondo ha approfondito quali corde la musica tocchi negli appassionati e come questo si rifletta sul loro rapporto con i brand che fanno leva su questa passione.Il 73% delle persone pensa che le partnership musicali migliorino l’immagine del brand; il 70% pensa che ne faccia un punto di distinzione verso i suoi competitor, mentre il 62% dice che li incoraggia a provare i prodotti e i servizi proposti. L’experience è la chiave di decodifica.

La ricerca ha così delineato 5 profili distintivi propri della relazione con la musica:

Il Mixologist: 24% degli intervistati

Questo il primo profilo dove l’Italia ha la percentuale di affinità più elevata, con una quota che supera la media globale. L’edizione 2015 della ricerca condotta da Havas SE introduce la “Shuffle Age”, i fruitori odierni di musica la cui origine risiede nella digital revolution. Il Mixologist può essere considerato la punta di diamante di questa nuova generazione. Il 76% si considera un esperto musicale. Ha una sete di conoscenza musicale che viene principalmente soddisfatta tramite il web. Ricerca, ascolta e condivide la propria passione con la comunità online.

Il Vocalist: 23% degli intervistati

Contrariamente agli altri profili, il Vocalist ha un approccio più funzionale alla musica. Apprezza la musica soprattutto quando è lui a interpretarla: il 73% canta e il 32% suona uno strumento. Tra tutti i profili, il Vocalist è quello che spicca in Cina.

Il Collector: 20% degli intervistati

Musica e identità sono indissolubilmente legate. Questo profilo è rappresentato in modo consistente nei 17 mercati rilevati (*). Il 72% associa momenti importanti della propria vita alla prima nota che lo riporta ad un ricordo speciale. La musica è particolarmente legata alle proprie origini culturali.

Il Listener: il 19% degli intervistati

Mentre alcuni fan preferiscono condividere la loro esperienza musicale agli eventi live, il Listener predilige un’atmosfera più intima: l’89% preferisce ascoltare la musica a casa. Questo profilo è molto comune in Francia, Regno Unito e Germania.

Il Groupie: 14% degli intervistati

Tra questi fan devoti, il 38% esprime apertamente il suo amore per una band o un artista. Amante dei selfie, è anche un grande fan di programmi televisivi musicali dove lo spettacolo è importante quanto la musica stessa. Questo profilo è rappresentativo soprattutto nei paesi dell’America Latina.

Raffaele Calia, Managing Director di Havas SE in Italia commenta: “La musica come i brand non l’hanno mai  ascoltata. Non si tratta di un elenco di percentuali statistiche che analizza il fenomeno musicale ma di un sistema di decodifica qualitativa. FANS.PASSIONS.BRANDS indaga infatti la relazione che i fan hanno con la musica, rendendola esplicita e disponibile ai brand che su questa relazione potranno costruire un dialogo significativo e di contenuto. Così come non è più sufficiente essere solo visti – prosegue Calia – non è più utile essere semplicemente sentiti. Bisogna per l’appunto essere in grado di farsi ascoltare. E ora con F.P.B questo è possibile.”

(*) Note alla ricerca

La ricerca globale FANS.PASSIONS.BRANDS è stata condotta a Maggio 2015 in 17 mercati – Francia, Spagna, Regno Unito, Germania, Italia, Portogallo, Polonia, Russia, Sud Africa, Stati Uniti, Messico, Brasile, Colombia, Chile, Argentina, Cina e Belgio. Il metodo di ricerca prevedeva un questionario online creato da YouGov inviato a 18.000 persone, di cui circa 1000 in Italia, dai 13 anni in su.